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Tag Archives: Ossessione (1943)

Luchino Visconti e la rivista Film d’Oggi

14 domenica ago 2011

Posted by teresa in Biografia

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Luchino Visconti 1945, Ossessione (1943)

Film D'Oggi

Clara Calamai sulla copertina di Film d'Oggi

Il primo numero esce il 9 giugno 1945. Editrice La nuova Biblioteca – Direzione, redazione e amministrazione: Roma, Via Vittorio Veneto, 84. Stampata dall’I.R.A.G.

Comitato Direttivo: Mario Camerini, Vittorio De Sica, Luchino Visconti, Gianni Puccini (direttore responsabile). Collaboratori nel primo numero: Giuseppe De Santis, Carlo Lizzani, Michelangelo Antonioni, Sergio Sollima.

Dal secondo numero non c’è più Mario Camerini nel Comitato Direttivo. Vittorio de Sica rimane fino al numero 14. Luchino Visconti, fino ai primi numeri del 1946.

Di Luchino Visconti e del suo lavoro si parla spesso nelle pagine. Segnalo due articoli. Il primo è una inchiesta fra i soldati americani, il secondo una lettera di Visconti ad un produttore.

Che ve ne sembra boys?

Avete mai visto un film italiano? Sapete che pure noi facciamo del cinema? E allora che cosa ne pensate? Queste domande rivolte a quattro Gis hanno fatto venir fuori giudizi chiari, a volte arbitrari, ma solo in apparenza (se ci si pensa bene), sul nostro cinema. Quattro giovani americani senza peli sulla lingua!

Joe Hornick e l’ossessione

Con Joe Hornick vidi Ossessione nella piccola sala affumicata e legnosa del Roma, nel cuore di Potenza. “Lo capisci bene?” gli dissi. “Se parlano in veneziano li capisco meglio”, mi rispose. Intanto la sala veniva a gremirsi. Joe ansava sotto il peso della folla che spingeva, rideva e mormorava.

- Perchè parlano? – mi chiese.

- Non piacerà, forse – dissi – E a te piace? – aggiunsi, trovando l’appiglio per giungere direttamente allo scopo: sapere ciò che pensava di noi. Intanto Gino e lo Spagnolo, sullo schermo, parlavano di donne, su un letto. Joe rideva, mi disse che in America non sanno fare così. Si volse e sullo schermo la Calamai girava con il marito nella folla, presero Girotti e scesero insieme nel vicoli a scala. Poi il marito morì in una scarpata e Joe rise nervosamente stringendo i braccioli delle poltrone di legno. La folla mormorava e Joe s’infastidì. La folla cominciò a ridere quando apparvero, nella stanza con le imposte socchiuse, una ragazza piacente e serena e Girotti che si spogliavano. Joe bestemmiò in americano e mi disse che in America la folla non ride neppure quando Mae West …

Suonò la musica con le armoniche, Gino e Giovanna fuggirono e la bella Clara morì, lasciando vedere le gambe. Il pubblico urlò, mosso dal piacere e dall’irritazione. Appena fuori nell’atrio, Joe mi guardò e sorrise: “Sapevate fare del cinema”, disse. Sapevo che mentiva.

- La gente non capisce, aggiunse – Forse neppure mia madre, se tornasse a Venezia e diventasse di nuovo italiana. Ho paura però di tutto quel caldo, tutto quel sole; anche gli attori quando “giocano” sono così caldi.

Mi offrì una sigaretta, poi disse che così parlavano gli uomini negli Stati, ma senza quella paura, quell’ossessione, che aveva preso pure lui. “Potevano farlo in America?” chiesi. “Sicuro, Ford!” rispose.

Vidi che sorrideva, poi mi si avvicinò e mi sussurrò: “Avevo già letto il libro di James Cain. Mio padre non voleva; desiderava che andassi a lavare le bottiglie a mio zio, nel ristorante”. Sapevo che Joe Hornick, figlio d’una veneziana e della quindicesima squadra aerea, mentiva.
Gian Domenico Giagni (Film d’oggi n. 2 16 giugno 1945)

Ossessione 1943, censura e considerazioni

27 domenica dic 2009

Posted by teresa in Film

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Luchino Visconti 1943, Ossessione (1943)

Ossessione, disegno di A.E. Ciriello

Ossessione, disegno di A.E. Ciriello

«Ossessione di Luchino Visconti è stato, per la seconda volta, fermato dalla censura. “Con lodevole provvedimento – riferisce un foglio cattolico: L’Avvenire d’Italia – l’autorità competente ha deciso il ritiro del film dagli schermi bolognesi”. E la decisione verrebbe “a valorare e, nello stesso tempo, a suffragare i voti e i rilievi espressi” – da quel cattolico foglio – “contro una tale produzione cinematografica, in piena coincidenza, del resto, con quanto era sentito e proclamato dalla critica più avveduta e dalla coscienza degli spettatori consapevoli”. (…) Leggo su Roma Fascista del 17 giugno, che il Cineguf dell’Urbe ha proiettato, con discussione finale, il film di Visconti. L’iniziativa – per un’attenta revisione dei valori di Ossessione – è ottima. E pertanto proporrei che altri Cineguf (e, in articolar modo, quelli attivi: Milano, Venezia, Treviso, Parma) questa iniziativa riprendessero» Guido Aristarco (Corriere Padano, 27 giugno 1943)

«Lesivo del pudore, a me il film Ossessione non mi è parso. Del gusto, qua e là, si. Sovratutto per quanto riguarda l’ambientazione. Se avessi visto svolgersi a Ferrara Le due tigri non sarei rimasto più sorpreso. Ambiente di Ossessione avrebbe dovuto essere un anonimo fondo stradale; pensate alla taverna e al distributore di benzina, davanti a quel fiume d’asfalto senza connotati, chi va a che viene. I fatti si determinano in funzione di questa poetica fantasia: che se a un certo punto osteria e ostessa scivolassero dalla sponda a cui sono ancorati, il fiume d’asfalto li sommergerebbe, trasportandoli lontano da ogni punto fermo, non esclusi i sentimenti che impediscono l’adulterio e l’assassinio. Ah come mi riagrappo, qui, al mio precedente discorso intitolato a «F. Sirolesi». Infatti, dov’è il radicale errore di Luchino Visconti? Nell’aver voluto improvvisamente inserire la donna e l’asfalto (ossia Girotti) in una serie di consuetissime fotografie di Ferrara, tanto realistiche ed effettive quanto l’osteria e l’autostrada erano trasfigurate e simbolistiche (a meno, s’intende, che non gli siano venuti tali, a Luchino, per un altro errore)»  Giuseppe Marotta (Film, 3 luglio 1943)

«In attesa che si riscriva la storia della letteratura italiana è certo preferibile che il cinema abbandoni il precedente letterario per rifarsi alla gloria intatta e grandissima delle nostre arti figurative, tra le quali deve trovare il suo posto.
Una simile discendenza visiva mi pare di riconoscere nel film di Luchino Visconti Ossessione che si proietta in questi giorni in Italia e che ovunque suscita discussioni animate e talvolta persino violente. Ma un film che scuote e che, appunto fa discutere. E che dunque è impegnato ed obbliga a impegnarsi» Umberto Barbaro (Film 31 luglio 1943)

«Quali sono i film italiani che si presentano come più degnamente rappresentativi? (…) Dobbiamo ancora segnalare Ossessione, di Luchino Visconti, con Clara Calamai e Massimo Girotti, protagonisti.
Si può dire che mai nessun film italiano abbia suscitato un così vivo e dibattuto interesse. Alla curiosità che accompagnò la lunga lavorazione, seguì la più infuocata accoglienza alla primissima presentazione dell’opera che fu accolta da alcuni come una grande rivelazione e da altri come un autentico scandalo. Ad accrescere il fermento che (pur nella polemica più aspra) veniva insostanza a confermare l’intrinseca vitalità dell’opera d’arte, sembrò concorrere una serie di traversie, per cui il film, apparso in qualche minore centro di provincia, fu ben presto tolto dalla programmazione. Anche nelle maggiori città, dove era stato già annunziato ed era attesissimo, Ossessione, per un motivo o per l’altro fu proibito o rinviato sine die.
Ora, se si pensa a tante discussioni sorte prima ancora che il film passasse al vaglio della critica più accreditata, si può dedurre che esso effettivamente presenta un eccezionale interesse. A noi il film ha fatto molta impressione. E, seppure non ci è possibile prevedere quali potranno essere domani le reazioni del pubblico di fronte a un’ opera così violenta nel suo aspro realismo, possiamo pur tuttavia essere certi che esso resterà nel ricordo dello spettatore, proprio così come è, con l’affascinante vivezza delle sue immagini e la brutalità delle sue passioni» Silvano Castellani (primipiani, ottobre 1943)

Ossessione 1943 recensioni e progetti

25 venerdì dic 2009

Posted by teresa in Film

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Clara Calamai, Luchino Visconti 1943, Massimo Girotti, Ossessione (1943)

Le dernier tournant, 1939

Le dernier Tournant, Pierre Chenal, disegno di B. Lancy

«(…) Il film è tratto dal romanzo americano The postman always rings twice (Il postino suona sempre due volte) di James Cain, che già conosce una versione cinematografica diretta da Pierre Chenal (Le dernier tournant). Ma il tema, il motivo sono identici a quelli de La bête humaine (L’angelo del male). Anche in Ossessione una donna spinge l’amante ad uccidere il marito. E alla crudezza del violento amore carnale è vincolata la evidenza spietata delle inquadrature (il potentissimo finale, ad esempio), la descrizione nuda — e insistita — degli umili e perduti personaggi, della minuta cronaca dei loro quotidiani gesti ed azioni, la descrizione scheletrica di certi ambienti (la bettola e la birreria, la fiera e la camionabile).
Sensualmente torbide e grevi sono dunque l’aria e l’atmosfera del film. ma Ossessione non cadde mai nel letterario e nel retorico (ad eccezione, ripeto, per alcuni punti della recitazione) e non è — per chi sa ben vedere — opera cinematografica immorale. La verità, qui, diventa verosimiglianza artistica. La vicenda, che ha un preciso rapporto con il materiale radunato, si tramuta — ripeto — in umana poesia. Ed è questo film, — altra cosa da precisare — italiano, nonostante le evidenti influenze neorealiste francesi: e non solo perché la vicenda è ambientata a Ferrara ed Ancona (un’ambientazione riuscita: alla quale hanno contribuito la fotografia di Tonti e il sonoro: i rumori sono sapientemente scelti e messi in rilievo, come il cigolio delle porte; la musica di Rosati è efficace e talvolta usata opportunamente per contrappunto). Ad ogni modo Ossessione è un film italiano e morale più di tanti altri cosi detti comico-sentimentali.
Per la polemica presa di posizione all’inizio sottolineata, e per la presenza di quella verità artistica, e quindi stilistica, che può essere la sola salvezza del cinema, Ossessione mi sembra — ed avrò contro di me ancora una volta il pubblico — il nostro film più significativo di questi ultimi tempi; e pertanto destinato a rimanere nella storia del cinema.»
Guido Aristarco (Corriere Padano, 8 giugno 1943)

«Luchino Visconti, abbandonato il proposito di dirigere un film tratto dal romanzo di Verga I Malavoglia, realizzerà invece un film psicologico d’ambiente moderno, che si svolgerà a Milano.»
(Film 19 giugno 1943)

«Io non ho mai portato il cappello. La neve, la pioggia, il sole hanno sempre fatto sulla mia zazzera ogni comodo; ho raccolto, e raccolgo, nella mia zazzera tutti gli umori delle stagioni. Ho anche raccolto qualche sberleffo: al tempo della mia provincia. «Quel matto …» dicevano i miei concittadini, irritati dalla mia nuda capigliatura sul grigio scenario invernale: «quel matto …»; e una bizzarra giovinetta, con i libri sotto il braccio, aggiungeva al mormorio impertinente un ironico grido: «poeta!». La giovinetta si chiamava Lina Costacurla: si nascondeva, la monella, e mi schermiva; ora, la stessa giovinetta, non più giovinetta, si chiama Lina Costa e, dottoressa e regista, se mi incontrasse, non mi burlerebbe più, di certo. Signorina Costa, io ho la memoria lunga.
Non ho mai portato il cappello, ripeto; ma Girotti, in Ossessione, dà ai miei concittadini una gran gioia: il cappello, Girotti, non se lo cava nemmeno a letto. Girotti cammina per le stanze, mangia, beve, dorme, sempre con il fido cappello in testa. Girotti di leva la camicia, si leva la maglia, si leva le scarpe, ma, tetragono, il cappello resta là, sulla chioma. Fortunato in amore, Girotti ha per sè, subito, le occhiate bramose di Clara Calamai, e il resto, le occhiate bramose di Dhia Cristiani, e il resto; ma il cappello, nelle sequenze della bramosia e del resto, rimane imperturbabile, sui capelli. Si perturba la Calamai, si perturba la Cristiani, si perturba il censore, si perturba la critica, si perturbano le dame, si perturbano i gentiluomini; ma il cappello, no. Pallida, ardente, cupida e vietata ai minori, la Calamai; ma il cappello di Girotti è insensibile alla furibonda ebrezza, garantita elargita da quella molle e selvosa e dannante creatura. Sì: lui, Girotti, si sconvolge, e, ginnasta dell’amplesso, si esibisce nel talamo rusticano a torso scoperto (un torso che non mi impressiona; meglio l’arroventata immagine di Clara); ma il cappello, indifferente e placido, non sussulta, non si agita, non si muove. Si muove Clara, si muove la critica, si muove la censura, si muove – troppo – la mia vicina; ma il cappello, porca miseria, no.
È il cappello di Jean Gabin.

Massimo Girotti

Massimo Girotti, cappello in testa qualche anno dopo, nel film Molti sogni per le strade 1948

Di Jean Gabin, Girotti ha anche la barba, l’ispida barba; e, come Jean Gabin, Girotti cicchetta. Maschera ermetica, peli pungenti, alito bruciante, cappello in testa: il vagabondo di Ossessione è carico di preziosi intellettualismi. All’apparire di Girotti, nell’osteria sul Po, fra le robuste zanzare della piana ferrarese (ferma e pesa l’estate: e le foglie non respirano …) Clara Calamai, che ignora il Porto delle nebbie, si innamora rapida. È il coup de foudre: e vien alla mente una sbrigativa didascalia del maligno Shaw in «Non si sa mai»: «a la vista di Gloria, Valentino si innamora». Eh, che velocità? Ignora il Porto delle nebbie, la Calamai; in compenso, il regista e gli sceneggiatori serbano uno scrupoloso ricordo dell’Angelo del male, di Alba tragica, di Verso la vita, della Maternelle, della Bella brigata, eccetera eccetera eccetera eccetera. Si tratta di un film originalissimo, e la copiatura (Francia e America) non può sorprendere: né può sorprendere — si tratta di un film che deve insegnare ai cineasti italiani lo stile italiano — il soggetto desunto da un romanzo di Cain. Perché, a quanto sembra, il genere veristico, da noi, non c’è.
Ho in pratica i luoghi di Ossessione: la riva ferrarese e la riva polesana. Ho in pratica quella immobile, lucida, arsa estate; ho in pratica quel favoloso paesaggio, a valli, a gorghi, a canali, a golene, a pioppi, in un silenzio illimitato; e il paesaggio della Bassa, aspro e drammatico, sotto i cieli umidi dell’autunno. Rammento (o miei giovani anni …) i ponti di barche, i «passi» sulle acque, i mulini; rammento — parevano fili d’erba, dagli argini — le croci dei campanili; rammento i barocchi dei mercati, sulle strade diritte, per la fiera … Come rammento — Polesine ancora, ma sull’Adige — la torre di Badia, che è il paese di Gino Visentini. Insomma, una frenetica vicenda d’amore poteva, sì, chiedere a quei luoghi affuocati la terragna atmosfera (ci siamo, con le atmosfere, ci siamo); ma un altro realismo bisognava esprimere: il realismo di Gino Piva nelle «Cante d’Adese e Po», il realismo di Corrado Govoni nella «Santa verde», il realismo di Bacchelli nei racconti di «Acque dolci e peccati», il realismo dei libri in dialetto di Palmieri. (Palmieri, lo so che siete modesto: perdonate). Anche nelle opere di Bacchelli, di Piva, di Govoni, di Palmieri – opera che, con buona pace dei raffinati, precedono le narrazioni filmiche di Renoir, di Carné, di Duvivier — vi sono gli autocarri, le osterie, le armoniche, le biciclette, le sbornie, i vagabondi, le donne calde — e non era il caso proprio, di affidarsi al modello dell’Angelo del male, della Bella brigata, di Alba tragica … Esiste, da noi, una letteratura che avrebbe potuto, schietta e ruvida, senza retorica e senza riguardi, fornire ai cineasti di Ossessione il clima esatto.
Un clima di visioni, di sentimenti, di sofferte esperienze: quelle visioni che il film trascura, preoccupato come è di cercar il linguaggio in casa d’altri. Solitudine della Bassa remota, fra le vampe dell’estate implacabile e la nebbia spinosa (la «fumara» cupa e solida); la umanità di quella gente e di quelle cose. Gente magra e sensuale: e un frenetico fatto d’amore era possibile. Ma un fatto determinato dalla mestizia del paesaggio e delle stagioni, non dal dilettantesco imitare. Un’altra doveva essere la genesi del film: il verismo nostrano, non il verismo di Renoir, di Carné, di Duvivier, eccetera, eccetera, eccetera, eccetera.
Ad ogni modo, Clara Calamai è bellissima: con quello sguardo bramoso, quello sguardo straripante. Se necessario, anch’io mi sarei presentato nell’osteria sul Po con il cappello in testa. «Tutto per la donna» avverte l’avvocato Manzari: tutto: compresso il cappello.
Lunardo (Film, 26 giugno 1943)

Il postino suona due volte ma suona bene

26 giovedì nov 2009

Posted by teresa in Film

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Clara Calamai, Luchino Visconti 1943, Massimo Girottti, Ossessione (1943)

Cineromanzo di Ossessione febbraio 1943

Cineromanzo di Ossessione, Grandi film illustrati febbraio 1943

(…) Più tardi, verso le tre, appesantiti dal cibo e dai progetti, passeggiavamo lungo la strada a mare di quella cittadina dove si paga anche il sole, ma val la pena di pagarlo; e d’un tratto mi fermai davanti all’ingresso d’un cinematografo. Clara Calamai, dolente e spettinata, mi guardava, e aveva una puntina da disegno infissa a metà della guancia. Ossessione, era scritto sul manifesto: e, più sotto: “Oggi”.
Di lontano giunse la mia vita di prima, mi agguantò per il bavero, e mi scosse fin che dimenticai d’essere un soldato in permesso; il discinto cineasta risorgeva in me, mormorando parole rigorosamente tecniche.
— Vieni, — dissi allo sbalordito Lorenzini, trascinandolo alla cassa. Questa era sormontata da un carretto con su scritto: «Vietato ai minori di sedici anni»; il mio compagno lesse, guardo la cassiera polputa e disse:
— Non hanno torto, sarebbe sciupata per un ragazzino.
Non gli passava neppure per la fantasia che il cartello potesse riferirsi al film, invece che alla ragazza, e quando mi vide comprare i biglietti, m’afferrò per un braccio.
— Non vorrai mica andare lì dentro — squittì; — alle quattro loro ci aspettano.
«Loro»: non due ragazze, ma tutte le donne del mondo, quindi la donna. La donna che avevamo desiderato fino alla stanchezza.
— Entriamo soltanto per dare un’occhiata, — dissi subdolamente. — il tempo l’abbiamo.
Lorenzini mi segui, e considero ciò uno dei più luminosi gesti d’amicizia.
— Ma Dio ca t’maladissa, — mormorava instancabilmente, navigando fra le poltrone: — ca t’vegna n’azzident, brutt cancher.
Così imprecava, senza che io l’ascoltassi. Per mesi e mesi avevo avuto la curiosità di Ossessione, da quando avevo veduto la prima fotografia di lavorazione su «Film». Ora volevo sapere se Visconti meritava tutta la pubblicità fattagli, se la Calamai aveva saputo svincolarsi dal ruolo di gatta d’Angora, se il torace di Girotti era aumentato. Volevo vedere il film, insomma, e all’inferno Lorenzini, e le due ragazze in attesa.
Il locale s’andava affollando; ebbi l’impressione che tutti gli abitanti della cittadina i quali avevano sedici anni e un giorno, si fossero dati convegno in quel cinema.
— Andomia? disse Lorenzini irrequieto, quando ebbe visto il «Giornale Luce».
— Aspetta, voglio vedere Clara Calamai, è la più bella donna d’Italia.
L’argomento poteva servire, in quella contingenza. Lorenzini s’acquietò, e sorbimmo una quantità di titoli di testa che, ragionevolmente impiegata, sarebbe stata sufficiente per dieci film. Poi Girotti scese dall’autocarro, mostrò il petto, entrò nell’osteria, sempre esponendo chilometri quadrati di torace.
— Chi el, un lutadur, lu li? — domandò il mio superiore e compagno. Ma ammutolì subito.
«Presentazione della protagonista», pensò il distinto cineasta che era in me. Clara, fuori quadro, cantava una dimessa canzone d’amore; poi si vedevano le sue gambe, qualcosa sul genere delle ossessionanti gambe del Dottor Jeckill; e finalmente eccola, svilita dall’abito miserrimo e dalla pettinatura scomposta.
— Ela le la piò bela dona d’Italia? — domandò Lorenzini con voce dubitosa.
In quel momento capii che avevo avuto ragione di scommettere su Ossessione, di entrare in quel cinema e di trascinarvi il mio compagno. Se la folgorante bellezza di Clara poteva suscitare dubbi, molto era stato compiuto.
In silenzio grande, assistemmo alla scena cruda della prima parte. Sentivamo il desiderio di Girotti come se fosse nostro, ci avesse tormentato a lungo, con dita sottili, ma instancabili. E l’abbandono di Clara, quel suo corpo duttile e consistente, quel suo stanco concedersi, ci tolsero il fiato.
— Ma Dio ch’li maladissa, che robe, — mormorava Lorenzini, abituato dal suo dialetto a imprecare, specialmente quando ammira. Allora cercai di essere maligno.
— Sono le quattro e dieci, — dissi deliberatamente.
Immaginavo il balzo che Lorenzini avrebbe compiuto a quella rivelazione; invece non diede crollo, sebbene Girotti esponesse pertiche e pertiche di petto, torace, spalle, schiena e quant’altro un uomo può decentemente esporre. Con ciò resta assodato che la fantasia vince la realtà. Il mio caporale era un uomo con idee limitate e precise, con desideri più precisi ancora, e la possibilità di soddisfarli; e rimaneva là, seduto su una poltrona scricchiolante per vedere altri che soddisfacevano i propri desideri. Lorenzini, come me, come tutto il nostro pubblico, era abituato in massima parte all’idromele cinematografico caro ai nostri produttori: ora si trovava improvvisamente di fronte all’alcole vero, forte, perfettamente preparato, e ne provava contemporaneamente stupore e ammirazione.
Venne anche una scena brutta; Girotti che cammina scompostamente verso l’infinito, agitando il proprio animo e una valigia, mentre Clara non osa seguirlo. Forse in un altro film una scena simile sarebbe passata, ma in Ossessione no, era più che una sciocchezza, era una cattiveria verso un’opera bella. Il pubblico rise, e aveva ragione di ridere.
Ma passato quel momento, non vi fu più tempo di scegliere, il film prendeva allo stomaco; quella storia disperata e dimessa, l’accanimento di quell’amore senza speranza, avido e dolente; e il delitto, l’ossessione d’averlo compiuto, il terrore animale di perdere il complice dell’amore e dell’uccisione, sono pagine violente. E’ cosi è bello il concorso di canto fra dilettanti (oh «tampa lirica» di via Bogino!) la minuziosa verità della festa domenicale nell’osteria padana, il pugno di Girotti all’amico, gli schiaffi di Girotti all’amante. E quanta stanchezza in quel peccato triste. Sogguardavo Lorenzini, ogni tanto, perchè m’interessavano più le sue reazioni che le mie. Ma egli seguiva la vicenda con la mia stessa fissità, e mormorava le sue pittoresche imprecazioni proprio nei punti in cui io, mentalmente, allineavo aggettivi competenti. Sì, può darsi che Luchino Visconti derivi dai registi francesi, ma come un grande romanziere deriva dal suo maestro di scuola.
Lo spettacolo durò più di due ore e mezza. Dopo il brutto, goffo pianto finale di Girotti, uscimmo. E la strada era affollata di gente, donne per la massima parte; ma nè Lorenzini nè io le guardavamo, nessuna meritava d’essere guardata da chi aveva visto Clara per centocinquanta minuti. Clara dimessa, sciatta, imbruttita; Clara che mangiava impugnando il cucchiaio, che si mostrava senza vergogna in un abituccio sempre uguale, in una sottoveste paesana. Clara che aveva rinunciato alla ricetta che l’ha resa celebre, uscendone singolarmente ingrandita. Clara che, mostrando il seno nella Cena delle beffe, era ancora oleografica; e qui, senza mostrar nulla di segreto, appariva tutta di carne, carne viva nel peccato e nel patimento; Clara tenuta un po’ in secondo piano da una regia banchettante con esagerato compiacimento sui muscoli di Girotti; ma che ha saputo farsi largo a gomitate, fino a campeggiare nel film, e a giustificarlo. Giustificarlo, perché, forse, con un’altra attrice, la vicenda sarebbe stata meno credibile, oltre che meno efficace.
Queste cose io raccontavo al mio amico e superiore Lorenzini Dino, perché la voglia di parlare era tanta; ma egli non seguiva i miei ragionamenti.
— Sta nott m’la insogni — disse d’un tratto.
E non un accenno all’appuntamento mancato.
Così noi, scalcinati militari di bassa forza, rendemmo a quel film, che farà gridare tutti i moralisti della penisola, un grande omaggio; perché, grazie a lui, tornammo alla nostra montagna casti come ne eravamo discesi; e le vie del Signore sono misteriose.
Adriano Baracco (Film 5 giugno 1943)

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