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Tag Archives: il cinema di Luchino Visconti

Visconti e Paul Ronald

20 mercoledì apr 2011

Posted by teresa in Film, Notizie

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Tag

il cinema di Luchino Visconti, Il Gattopardo 1963, Paul Ronald, Rocco e i suoi fratelli 1960

Claudia Cardinale

Una delle foto incriminate, Claudia Cardinale vestita da Piero Tosi, fotografia di Paul Ronald

Il gioielliere Giovanni Raspini ha trovato da un rigattiere una serie di fotografie vintage del film Rocco e i suoi fratelli, che lo hanno emozionato a tale punto di fare una mostra nella sua boutique di Corso Garibaldi a Milano (dal 14 aprile al 22 maggio, dalle 10 alle 19). Le fotografie sono quelle scattate da Paul Ronald, uno dei collaboratori più preziosi e affezionati di Visconti fino al giorno che…

Il rapporto con Visconti si interruppe poco prima del Gattopardo. Era un film attorno al quale c’era una grande attesa. Poco prima dell’inizio della lavorazione, mi arrivarono dalla stampa richieste di foto di Claudia Cardinale. Di mia iniziativa chiamai la Cardinale, spiegandole cosa intendevo fare e lei accettò. Coinvolsi il costumista Piero Tosi che vestì Claudia con gli abiti preparati per il film, affittai alcuni locali alla De Paolis e scattai le foto. Tutto a spese mie. Nel corso del viaggio in Sicilia, per i sopralluoghi, feci vedere le foto a Visconti. Lui le guardò e disse: «Belle». Gli chiesi il permesso di pubblicarle e lui me lo negò, senza dare nessuna spiegazione. Ci rimasi male. Ma siccome le foto erano mie, né sue né della Titanus, le diedi alla stampa. Il conte si infuriò parecchio e ci lasciamo in malo modo. Epoca fece un articolo contro Visconti, prendendo spunto dai levrieri e dalle spese che si annunciavano faraoniche per il film, L’articolo lo irritò di più delle foto ma ormai non ne potevo più. Dalla produzione arrivarono parecchie telefonate e vennero fatti alcuni tentativi di riconciliazione. Ormai non me ne importava più niente. Mi ero stancato del suo modo di comportarsi. Non sopportavo più di vedere sul set persone con i capelli bianchi umiliate, magari per una cosa non grave.
Visconti non l’ho più rivisto. Una volta mi mandò a cercare alla De Paolis. Lui stava girando Gruppo di famiglia in un interno e io stavo lavorando con Risi in uno studio vicino, al di là del cortile. Mi fece cercare e chiese mie notizie. Ma non ce l’ho fatta ad incontrarlo, era già sulla sedia a rotelle, mi sarebbe dispiaciuto vederlo in quelle condizioni.
(intervista di Antonio Maraldi a Paul Ronald, in Paul Ronald, un fotografo francese nel cinema italiano, Centro Cinema Città di Cesena – Il Ponte Vecchio 2003)

Ronald, di nazionalità francese, aveva conosciuto Visconti tramite Aldo Graziati (Graziati Rossano Aldo, G. R. Aldo) nel 1947.

Se vi piacciono le fotografie di Paul Ronald, se volete leggere l’intera intervista, vi consiglio i volumi pubblicati dal Centro Cinema Città di Cesena, a cura di Antonio Maraldi. I primi due risultano esauriti, ma sicuro che cercando nella rete riuscite a trovare qualche esemplare.

Gli angeli nascosti di Luchino Visconti

06 domenica mar 2011

Posted by teresa in Notizie

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Tag

il cinema di Luchino Visconti, libri e dvd

Che bel documentario! Complimenti alla regista Silvia Giulietti, a Barbara Iannarilli e Giuseppe Maria Galeone, al musicista Rocco De Rosa.

Gli angeli “nascosti” sono gli operatori Giuseppe Berardini, Nino Cristiani, Federico Del Zoppo, Daniele Nanuzzi (figlio di Armando), Lucio Trentini (organizzatore di produzione), ed il fotografo Mario Tursi, che ci raccontano la loro esperienza professionale nel “mondo” di Luchino Visconti. Assolutamente da non perdere.

Il documentario, produzione 2007, è uscito da poche settimane in DVD.

Il processo di Maria Tarnowska una sceneggiatura inedita

30 mercoledì dic 2009

Posted by teresa in Notizie

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Tag

Antonio Pietrangeli, Guido Piovene, il cinema di Luchino Visconti, Il Processo di Maria Tarnowska, Isa Miranda, libri e dvd, Luchino Visconti 1942, Michelangelo Antonioni, Romy Schneider

Il processo di Maria Tarnowska una sceneggiatura inedita

Il processo di Maria Tarnowska una sceneggiatura inedita, Museo Nazionale del Cinema- Fondazione Maria Adriana Prolo, Il castoro 2006

A cura di Teresa Antolin e Alberto Barbera, con la collaborazione di Silvio Alovisio.

Il libro contiene la sceneggiatura inedita de Il processo di Maria Tarnowska, che Luchino Visconti scrisse nel corso del 1946 con Michelangelo Antonioni, Antonio Pietrangeli e Guido Piovene, da un soggetto del 1942, inedito anche questo, di Antonio Pietrangeli e Luchino Visconti. La protagonista del film, nel ruolo di Maria Tarnowska, doveva essere Isa Miranda.

Il volume è stato pubblicato nel 2006 dal Museo Nazionale del Cinema – Fondazione Maria Adriana Prolo, Il Castoro.
La sceneggiatura originale dattiloscritta, tuttora nel mio archivio, che avevo trovato sei anni prima da un libraio antiquario, l’ho messa gratuitamente a disposizione del Museo del Cinema – Fondazione Maria Adriana Prolo, per la pubblicazione in occasione del centenario di Luchino Visconti.

Il soggetto di Antonio Pietrangeli e Luchino Visconti è depositato nell’Archivio Antonio Pietrangeli – Museo dell’Immagine – Centro Cinema Città di Cesena, curato da Antonio Maraldi.

Il libro contiene, oltre al soggetto e la sceneggiatura; una introduzione di Alberto Barbera (Morte a Venezia); saggi di Teresa Antolin (La Contessa Maria Tarnowska e Luchino Visconti); Gianni Rondolino (Luchino Visconti e Maria Tarnowska); Veronica Pravadelli (Il processo di Maria Tarnowska: Scenari psichici e innovazioni formali); Antonio Maraldi (Antonio Pietrangeli e le versioni di Maria Tarnowska); e Carlo Montanaro (La Venezia di Visconti).
Fotografie e illustrazioni da gli Archivi di: Carlo Montanaro (Le anime criminali, 1914), Teresa Antolin (La Domenica del Corriere, L’Illustrazione Italiana, La Donna, Diana Karenne, Film d’Oggi, fotografia di Luchino Visconti fine anni ’50), Fondo Luchino Visconti Istituto Gramsci (copertina e sopralluoghi a Venezia di Romy Schneider e Luchino Visconti, anni ’60).

Approfitto di questa occasione per ringraziare: Antonio Maraldi, per aver messo a disposizione, non soltanto il soggetto del 1942, ma diversi documenti conservati nell’Archivio Antonio Pietrangeli, senza i quali non sarebbe stato possibile ricostruire le vicende legate al progetto Tarnowska del 1942-1946; i responsabili del Fondo Luchino Visconti presso l’Istituto Gramsci di Roma; Silvio Alovisio per l’amicizia, e Alberto Barbera, direttore del Museo Nazionale del Cinema – Fondazione Maria Adriana Prolo, per l’inestimabile contribuzione al buon esito del progetto; ed infine tutti i saggisti del volume per il loro contributo.

Un’ultima cosa: per quel che riguarda il progetto Schneider-Visconti-Tarnowska, anni ’60, in questo libro c’è soltanto un breve accenno e quattro fotografie, purtroppo, la scelta della copertina non era nelle mie “mansioni”, fu una scelta editoriale. A breve, in questo sito, un approfondimento sul progetto Tarnowska anni ’60.
Spero, con questo post, di riuscire a chiarire definitivamente alcuni malintesi pubblicati dalla stampa e nel web. Vi invito a leggere il libro.

Luchino Visconti e Ferdinando Maria Poggioli

10 martedì feb 2009

Posted by teresa in Biografia

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Antonio Pietrangeli, famiglia, Ferdinando Maria Poggioli, Giuseppe De Santis, il cinema di Luchino Visconti, Luchino Visconti 1938, Maria Denis

Ferdinando Maria Poggioli

Ferdinando Maria Poggioli

« Una delle prime persone che ho conosciuto a Roma, fu Poggioli, che faceva il montatore; la sera andavamo a via Zucchelli dove c’era un piccolo ristorante in cui ci si incontrava con Poggioli, Vergano, Rossellini, intorno al 1936.(…) Con Poggioli, che devo dire sembrava una specie di padre priore, esuberante e simpatico, nel 1938 andai in Sicilia, a Trapani, con i soldi di Luchino Visconti, alla ricerca di qualche ispirazione, e li scoprii le saline di Trapani, un paesaggio allucinante.»
Questa dichiarazione di Sergio Amidei nell’ormai lontano 1979 è molto importante perché si tratta della prima notizia pubblicata a proposito di un progetto che coinvolge tre personaggi di primo piano nella storia del cinema italiano: Poggioli, Visconti e lo stesso Sergio Amidei. Ma non è la prima volta che si fa a meno di ricordare Ferdinando Maria Poggioli quando si parla di Luchino Visconti. Un esempio per tutti è il famoso episodio dell’arresto nel 1944. E dico famoso per la quantità di volte che è stato ricordato. Nemmeno Maria Denis, nell’ultima versione dei fatti (Il gioco della Verità, Baldini e Castoldi 1997) fa il minimo accenno. Vediamo com’era la versione dello stesso Luchino Visconti, in un articolo di Silvano Castellani pubblicato nella rivista Star, ottobre 1944:

Dopo l’8 settembre a ben altro lavoro si dedicavano Visconti e i suoi abituali compagni. Nelle riunioni che si susseguivano, oggi a casa di uno e domani a casa di un altro, non si parlò più davvero di dissolvenze e di inquadrature. Tutta Roma viveva la sua drammatica vita clandestina. I pericoli si moltiplicavano. Un ‘improvvisa irruzione dei nazifascisti proprio nella casa di Visconti portò alla scoperta di un notevole quantitativo d’ armi e determinò l’ arresto di quanti si trovavano nella casa. Fra questi era il giovane regista Mario Chiari, che fu ospitato a Regina Coeli. Visconti quel giorno ebbe la fortuna di non trovarsi in casa; ma, in compenso, due o tre settimane dopo, ebbe la disgrazia di venire arrestato, (in seguito a spiata), in un appartamentino di Viale Eritrea dove s’ era rifugiato sotto le false generalità di Alfredo Guidi.
Alla pensione Jaccarino dove fu portato, il raffinatissimo ten. Koch mise in opera tutte le sue raffinatezze per farlo parlare; ma Visconti resistette e non parlò.
La sua situazione sembrava da principio disperata; ma diverse circostanze contribuirono fortunatamente a risolverla nel modo migliore. Anzitutto, la presenza di spirito di una delle nostre attrici più note  — Maria Denis — casualmente implicata nella faccenda delle armi trovate in casa Visconti e di conseguenza anch’essa arrestata. Poi la stessa balordaggine dei vari capi d’ accusa; uno dei quali affermava testualmente che «il regista Poggioli aveva consegnato al Visconti lire italiane centomila destinate a organizzare l’insurrezione armata dei comunisti del quartiere Bologna». Affermazione incredibile e perfino ridicola per quanti conoscono il buon Poggioli, uomo mite e che per nessuna causa al mondo si sarebbe privato di centomila lire. Fatto sta che Poggioli — amante di carezze e non di torture — sotto quell’accusa fu costretto a passare alla Pensione Jaccarino quello che lui definisce il giorno più spaventoso della sua vita. La terza e decisiva circostanza che giovò alla sorte di Luchino Visconti fu ancor più straordinaria. Anche le SS tedesche lo ricercavano e ne reclamavano la consegna; ma Koch non voleva cedere ai tedeschi un ostaggio che riteneva importante e comunque sempre vantaggiosamente commerciabile. Così accade che lo stesso capobanda della Jaccarino, pur di non consegnare la sua preda alle SS, preferì sostenere addirittura che l’ arrestato non era il Visconti, bensì (come provavano i documenti) il signor Alfredo Guidi. Il quale fu trasferito alla Villa di S. Gregorio dove rimase abbastanza tranquillamente, per oltre un mese, fino a che fu liberato.
Ho ritenuto, per debito di cronaca, di riferire questi fatti, che mi sono sembrati interessati, e direi necessari, volendo qui presentare compiutamente l’attività di Luchino Visconti.

Pochi mesi dopo, il 4 febbraio 1945, le notizie di cronaca di Roma riportavano la seguente notizia: “Il regista cinematografico Ferdinando Maria Poggioli è stato trovato morto stamane nella sua abitazione di Via S. Vito, 2. La morte è avvenuta in seguito ad asfissia per esalazione di gas.” Secondo alcune fonti, avrebbe lasciato aperto il gas, per distrazione, dopo essersi preparato una camomilla prima di andare al letto, secondo altre, si sarebbe suicidato. Fu Mario Soldati, spiega Maria Denis nel volume citato prima,  “a fare la triste scoperta”, ma a lei la notizia “arrivò con molto ritardo”, aggiunge. Strano anche questo, perché Libero Solaroli, amico di Poggioli — e di Visconti —, fece una raccolta di fondi tra gli amici (cinematografici e non) per organizzare i funerali, celebrati nella Basilica di Santa Prassede quattro giorni dopo. C’era tra loro Luchino Visconti? Immagino di sì.
Ritorniamo indietro qualche anno per raccontare del progetto di film in Sicilia del quale parla Amidei.
Nell’agosto 1937, Visconti fa una crociera in Grecia in compagnia di Corrado Corradi, un vecchio amico dei tempi del Liceo Berchet di Milano. Al suo ritorno in Italia, sempre più deciso a trovare la sua strada nel cinema, incomincia a frequentare il mondo cinematografico romano.

Paolo Varna, Ottorino Visconti di Modrone

Paolo Varna, Ottorino Visconti di Modrone

Giusto quell’anno, segna il debutto nel cinema di suo cugino Ottorino Visconti di Modrone, figlio di uno dei fondatori della Milano Film ai tempi del muto, che ha scelto come nome d’arte Paolo Varna e le riviste del tempo presentano così: “Sangue azzurro in cinelandia. Paolo Varna è un innamorato del cinematografo e fin dai tempi in cui non esisteva Cinecittà era possibile incontrarlo in questo o quel teatro di posa. E la sua passione lo ha spinto qualche anno fa a Hollywood dove non ha avuto il coraggio di accettare le proposte che un produttore americano gli ha fatto. A quel tempo non aveva ancora fatto nessun serio esperimento cinematografico e il pensiero di un risultato negativo lo aveva trattenuto. (Cinema illustrazione n. 4 gennaio 1938)”.
Il primo ruolo interpretato da Paolo Varna è precisamente quello di un conte milanese nel film Felicita Colombo, diretto da Mario Mattoli nel 1937. Il debutto non ha molto successo, ma Paolo Varna rimane ugualmente a Roma e il suo salotto ai Parioli diventa subito molto popolare. Secondo la leggenda, in una di queste riunioni, Luchino Visconti, del quale, sempre secondo la leggenda, molti hanno sentito parlare a proposito della sua esperienza in Francia con Jean Renoir (ma risulta molto improbabile perché Renoir è quasi uno sconosciuto in Italia), si trova a parlare con Ferdinando Maria Poggioli, che in quel momento prepara il montaggio di Tarakanova, un film in doppia versione, diretto dal russo Fédor Ozep e dal torinese Mario Soldati. Da quel primo incontro nasce un’amicizia ed una stima reciproche. Poche settimane dopo, Ferdinando Maria Poggioli, che viene descritto da chi lo conosceva come una personaggio carismatico e molto colto “un neopagano, un amante della vita, gran mangiatore e omosessuale senza complessi”, propone a Visconti la creazione di una società di produzione per realizzare un film. La storia di questo progetto in diciotto lettere, tre cartoline, un telegramma, quattro stesure di soggetto e un trattamento, conservata nel Fondo Luchino Visconti dell’Istituto Gramsci, è stata raccontata da Mario Musumeci nel 1997 (Studi Viscontiniani, Marsilio 1997).
Come in altre occasioni prima e dopo il 1937, Luchino Visconti abbandona il progetto per ragioni non del tutto chiare nell’autunno del 1938, e Poggioli ritorna al suo mestiere di montatore con il film Piccoli naufraghi. Da lì a pochi mesi, inizia la collaborazione di Luchino Visconti nel progetto della Tosca, diretta da Jean Renoir, che di problemi né avrà parecchi prima di apparire sullo schermo. Due strade professionali che non s’incontreranno più, lavorando nello stesso ambiente e frequentando a livello privato (quasi) le stesse persone che, nel caso di Visconti, non sembravano apprezzare molto il lavoro di Poggioli. Giuseppe De Santis, uno dei collaboratori di Visconti nei primi anni ’40, ricordava che “Per Sissignora, un film che io ho stroncato all’epoca, ho avuto una polemica con Visconti – Visconti non aveva ancora debuttato, eravamo amici, lavoravamo, lui era molto amico di Poggioli – e per questa stroncatura mi rimproverò molto, non ci parlammo per qualche giorno. A ben riflettere Visconti aveva ragione perché in Poggioli c’era il desiderio di cogliere una realtà più da vicino, quotidiana, popolare, concreta.”.
Ma la peggiore stroncatura del lavoro di Poggioli arriva da Antonio Pietrangeli, altro collaboratore di Visconti, considerato una delle “penne” critiche più radicali e avvelenate degli anni ’40, che il 27 gennaio 1945, sulla rivista Star, a proposito di Sorelle Materassi, scrive: “Così questo film costituisce per Ferdinando Maria Poggioli un riprova fin troppo evidente della sua superficialità, della sua inerzia e pigrizia mentale, della sua disinvolta incapacità, della sua indifferenza verso la materia che tratta. In una parola, della sua immoralità professionale”. Meno di una settimana dopo, arriva la notizia della morte di Poggioli, e uno sconvolto Pietrangeli cerca di rimediare: “Per me, che avevo mosso le critiche più severe ai suoi ultimi film e che avevo avuto con lui, pochi giorni prima, un’accalorata discussione, allo stupore e alla pena che la notizia ha suscitato, s’è aggiunto un senso di angoscioso rammarico. Sensibile com’era ad ogni appunto o riserva che s’esprimesse sull’opera sua, Poggioli era rimasto addolorato dalla vivacità delle critiche che avevo espresso circa il Cappello da prete e le Sorelle Materassi. Critiche che non partivano dal gusto meschino della maldicenza o della denigrazione più o meno gratuita, ma dal dispetto e dal dolore, diciamo pure, di vedere un autentico temperamento d’artista come il suo sperdersi per vicoli e vicoletti tutt’altro che congeniali alla sua più vera natura.(…) Conoscevo Poggioli da molti anni, ma né lui ne io eravamo mai riusciti a trovare il calore necessario per superare o abbreviare la distanza che separa due persone di conoscenza non molto intima, né troppo cordiale. Eppure ho sempre ammirato e sostenuto la sua tenacia, la sua capacità di lavoro, le sue qualità professionali contro tutte le improvvisazioni, i lampi d’ingegno, la intelligenza scapigliata e sfolgorante, nascosta in chissà quali meandri, che si sentivano vantare in altri registi. A queste, s’univano spiccate qualità umane: una semplicità schiva e cordiale, un’aperta, attiva e affettuosa bonomia – tutta bolognese – che nutriva in sé, ed esprimeva una acuta intelligenza del reale, una umile e come dimessa enfasi umoristica, talvolta rilasciata e talvolta preziosa. La sua fondamentale onestà e il possesso di un mestiere faticosamente conquistato, l’avevano tenuto quasi sempre lontano dall’incosciente confusione, dal cinismo e dalla civetteria in cui si agitò il nostro cinema negli anni dell’inflazione. Così, i risultati che egli raggiunse nella sua non lunga carriera di regista, sono comunque risultati apprezzabili e, pur senza uno stile definito o con uno stile ancora non totalmente risolto nei suoi elementi espressivi, Poggioli s’era conquistato un posto di prim’ordine tra i registi che la nuova generazione aveva assicurato all’Italia.”
Non so se Visconti, come nel caso di Giuseppe De Santis, rimproverò il giovane Antonio Pietrangeli per le sue critiche a Poggioli, e cosa pensasse sulla morte, per certi versi inspiegabile e misteriosa di Poggioli e del silenzio, che subito dopo calò intorno alla sua opera, incominciando per il loro progetto insieme.

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