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Tag Archives: i cavalli e Luchino Visconti

Luchino Visconti: Primi passi nel cinema

25 domenica gen 2009

Posted by teresa in Biografia

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Coco Chanel, Federico Tesio, i cavalli e Luchino Visconti, il cinema di Luchino Visconti, Jean Renoir, Partie di campagne 1936

Le scuderie di Luchino Visconti nel 1935

Le scuderie di Luchino Visconti nel 1935

Non è molto chiaro come è perché Luchino Visconti intraprende la sua carriera nel cinema. Nella lunga intervista-racconto di Giorgio Prosperi, Vita irrequieta di Luchino Visconti, pubblicata a puntate sulla Settimana Incom del 1951, l’ormai consacrato regista si esalta ancora “ripensando agli ippodromi nebbiosi alle prime luci dell’alba, al rumore spento degli zoccoli sulle piste di corsa. « Se io fosse un cavallo…» mi dice a proposito del suo pedigrée” e ancora “Fu davvero una forma di ascetismo quella che lo tenne per quasi cinque anni isolato dal mondo, tra le scuderie, gli ippodromi e i manuali di scienza ippica, perduto in accanite discussioni con Federico Tesio, maestro di un piccolo gruppo di intellettuali del cavallo”.
Effettivamente, come testimonia Enrico Canti nel volume Il Purosangue, edito da Valentino Bompiani nel 1936, in quei cinque anni Luchino Visconti riesce a costruirsi una reputazione di tutto rispetto come allevatore di cavalli:

Il conte Luchino Visconti di Modrone ha costruito forse la più bella scuderia italiana; certamente la più moderna, la più completa e la più comoda. Anch’egli dirigeva di persona l’allenamento e viveva in stretto contatto con i suoi cavalli. Approfondito in questioni tecniche, è uno studioso convinto dei grandi problemi dell’allevamento e, dopo Tesio, è forse l’allevatore italiano più tecnico. Ritirato Sanzio dall’allenamento, i successori non hanno procurato al loro proprietario quei successi ai quali egli sembrerebbe aver diritto; ma l’impianto dell’allevamento, la scelta delle fattrici, lo studio degli incroci permette di credere che il tempo darà ragione al conte Visconti e che questa scuderia sarà da annoverare fra le principali in un futuro non molto lontano, poiché è convinzione generale che la breve sosta, impostasi dal nobile milanese, sia di brevissima durata ed i simpatici colori tornino presto a calcare vittoriosamente gli ippodromi italiani ed esteri.

Sempre dall’intervista di Giorgio Prosperi, ecco la cronaca del come e perché dei primi passi nel cinema di Luchino: “Poi, come accade, chiodo scaccia chiodo: negli intervalli tra un allevamento e l’altro, esauritasi in parte la carica di passione iniziale, aveva cominciato a scrivere soggetti per il cinema”, e di questo sono testimoni alcune cartelle depositate nel Fondo Luchino Visconti all’Istituto Gramsci. Ma il racconto continua: “Un giorno era di passaggio per Milano Gabriel Pascal, commesso viaggiatore in grande stile del cinema internazionale e gli parlarono di questi soggetti. Pascal sembrò interessarsene, disse che Visconti lo raggiungesse a Montecatini dove si recava per la cura delle acque. E Visconti si mise il copione sotto il braccio e partì. Trovò Montecatini deserta, fuori stagione, le strade desolate, gli alberghi vuoti. Nell’albergo di Pascal non c’erano altri ospiti che il produttore francese, avvolto in un asciugamano colorato, seduto sul terrazzino come un Buddha a prendere il sole. Ascoltò la lettura del soggetto che giudicò bellissimo e invitò Visconti a raggiungerlo a Londra. Comperasse intanto Novembre di Flaubert, che aveva qualche affinità col soggetto”.
Come racconto non c’è male, direi che anche questo è un bel racconto cinematografico: Visconti con il copione sotto il braccio, che arriva in una Montecatini deserta, l’asciugamano colorato che avvolge come un Buddha il produttore ungherese (nato in Arad, Transylvania nel 1894, allora Austria-Hungheria, adesso Romania), la lettura del soggetto che ha delle affinità con Novembre di Flaubert, l’invito a raggiungerlo a Londra… Ma proseguiamo: “Deciso a condurre a termine la faccenda, Visconti si mise in viaggio per l’Inghilterra e fà tappa a Parigi dove si incontra con una vecchia amica, la sarta Gabrielle Chanel. Proseguono insieme per Londra, diretto agli stabilimenti Korda per incontrarsi con Pascal. Ma di Korda nessuna notizia. Vita d’albergo, trattenimenti, pranzi al Savoy, finché Pascal decise di confessare la sua impossibilità di comprarsi il soggetto. Così Visconti e la Chanel tornarono a Parigi.”
Aggiungerei che in questa parte del racconto, forse, e dico forse, manca un nome: Ludovico Toeplitz, ex direttore della Cines a Roma, trasferitosi a Londra nel 1933, collaboratore di Korda nella London Film e quindi, fondatore della Toeplitz Production Ltd nel 1935, che non avrebbe perso l’opportunità di riferire di una così illustre visita nel suo Ciak a chi tocca, simpatico volume di ricordi pubblicato nel 1964. Questa è una ricerca in corso, e mi rendo disponibile per ricevere altre informazioni.
Proseguiamo dunque, dalla scena del ritorno a Parigi: “Perduto Gabriel restava Gabrielle, che si dimostrò assai più utile del suo omonimo maschile: conosceva difatti un regista e propose a Visconti di presentarglielo, caso mai ci fosse la possibilità di una collaborazione. Si incontrarono al bar del Colisée e si intesero subito. Quel regista era Jean Renoir e quell’incontro fu decisivo per la futura evoluzione spirituale di Luchino Visconti. Si lavorava alla Partie de campagne di cui Visconti fu costumista e assistente alla regia dopo l’allontanamento di Becquer; un film rimasto purtroppo incompiuto, ma di cui ciò che resta è sufficiente per dare l’impressione di un’estrema finezza figurativa, condotta in un’atmosfera in cui si respira come aria di famiglia la grande tradizione dell’impressionismo pittorico”. E segue, ma per il momento fermiamoci in po’.
Se Visconti a Londra aveva avuto l’impressione, come racconta in altra intervista “che Pascal lavorava nel vuoto”, vale a dire di una certa disorganizzazione nel mondo cinematografico, quello che vide nella “famiglia Renoir” non era precisamente il contrario. Ma Visconti, come molti altri prima e dopo di lui, rimase stregato dal mago Renoir. Se qualcuno è interessato ad approfondire l’argomento Partie de campagne, raccomando il volume di Olivier Curchod (Armand Colin 2005).
Dopo questa esperienza Visconti rientrò in Italia “profondamente cambiato” e deciso a intraprendere seriamente la sua carriera nel mondo dello spettacolo.
Ma in questa versione mancano alcuni dettagli molto importanti, come si vedrà nella prossima puntata… ovvero, nel secondo tempo, visto che si parla del cinema di una volta.

Luchino Visconti 1932 (2)

21 mercoledì gen 2009

Posted by teresa in Biografia

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i cavalli e Luchino Visconti, Luchino Visconti 1932, Sanzio

Il glorioso Sanzio e le sue gesta

Ostenda 1932. Sanzio condotto da Luchino Visconti

Ostenda 1932. Sanzio condotto da Luchino Visconti

Milano, settembre 1932. Trascorse ormai le vacanze, superate le riunioni estive all’Ardenza, alle Bettole varesine, e al Parco Reale di Monza, tutte elegantemente affollate e piene di brio sportivo sebbene prive dei grandi numeri e riserbate soltanto ai cavallucci modesti eccoci, col settembre avanzato, giunti alla ripresa del calendario ippico che s’intona agli incontri dei migliori purosangue destinati ai premi classici dell’autunno, a San Siro, alle Capannelle e a Mirafiori.  E siamo arrivati a questa ripresa attraverso il grande successo di Sanzio a Ostenda che sorprese il pubblico, gli intenditori e la stampa d’Europa, entusiasmandoci per la gioia d’aver così potuto imporre prepotentemente i nostri colori all’ippodromo di Wellington contro avversari di primo rango internazionale.
Ora, non spenta affatto l’eco di tale trionfo superiore di certo alle nostre speranze stesse, non solamente in Italia ma anche all’estero ci si domanda se il robusto quattr’anni del Conte Luchino Visconti di Modrone e del Signor G. Radice Fossati, sortito dall’inesauribile fucina di Dormello, e allenato da giovani, fortunati ed ardenti sportivi, allevato da Federico Tesio, varcherà di nuovo le frontiere per tentare, a Parigi con tutte le probabilità della classe e della forma affermate nel grande avvenimento del Belgio, la sorte della Coppa d’Oro e quella dell’Arco del Trionfo, corse a noi ben note per le affermazioni di Scopas, di Apelle e di Ortello.
Leggemmo codesta domanda su giornali francesi della specialità ippica, e la sentiamo ripetere quasi ogni giorno nei nostri ambienti delle corse al galoppo. Ma la risposta non ce la danno i giovani proprietari: essi non hanno ancora deciso questo domani imminente del figlio di Paptyrus e di Scuola d’Atene. La soddisfazione di tanta gloria venuta ora a coronare il successo clamoroso riportato a San Siro nel Gran Premio di Milano con un lauro assai più importante pel suo significato d’affermazione internazionale, sembra abbia prodotta una specie di perplessità, derivante evidentemente da un giusto sentimento di responsabilità verso lo sport Italiano. Credo che mentre s’approssima l’ottobre, con la prima settimana del Bois de Boulogne, ove la grande attrattiva esercitata dall’Arco del Trionfo fa adunare il fior fiore della produzione europea in fatto di purosangue, il Conte Visconti ed il socio Signor Radice Fossati siano assillati da codesta curiosa incertezza che va aumentando nei loro animi in ragion diretta del veloce trascorrere dei giorni.
Nella domenica del 9 ottobre infatti il calendario ippico nostro offre a Milano il Premio del Jockey Club mentre nella stessa giornata a Parigi si corre il Premio dell’Arco del Trionfo, e quindi inscritto cui e là Sanzio deve scegliere tra le due battaglie da affrontare, tra quella facile e classica ma relativamente modesta di San Siro l’altra ardua, più famosa e certamente ricca di fascini da combattersi su uno degli ippodromi più noti del mondo. E’ comprensibile tale situazione dei due proprietarii, anche se il nostro spirito agonistico già ha superato il dubbio, subito dopo la passeggiata agevole fatta fare da Orsini a Ronzio il mese scorso ad Ostenda. Tanta fu la facilità di quella galoppata conclusa splendidamente davanti ad ottimi tre anni come Bosphore e a ben stimati più anziani come Amfortas e Goyescas che nessuno di noi avrebbe pensato al ritorno immediato in patria del vittorioso. Ritenendo Sanzio destinato agli incontri parigini dopo simile strepitosa vittoria, il suo ritorno ci ha un pochino stupiti e… disillusi. Credevamo opportuno inviarlo a Chantilly per ambientarlo comodamente. Invece esso è qui, anche l’altro giorno è sortito sulla pista di San Siro, alla fine d’un pomeriggio di corse, e s’è preso un galoppino d’esercizio, mentre molti ne ammiravano l’azione un po’ pigra ma distesa radente, elastica e la mole non certamente molto seducente, priva di quella finezza di linee che caratterizza l’estetica dei cavalli di grande razza, ma poderosa in modo davvero impressionante.
Siccome è nella normalità metereologica che piova a dirotto sulla capitale francese ai primi di ottobre, così per solito, quasi sempre l’Arco del Trionfo viene disputato sulla pista pesante, faticosa, su d’una pista già di per sé stessa gravosa per la salita e la discesa del suo percorso. Or bene Sanzio quando era lontano dalla pienezza di quei mezzi potenti sviluppati in questa estate, non amava affatto il fango: a Roma nel terreno allentato trovato sul miglio e mezzo del Premio del Littorio, l’ex Omnium, giungeva alla retroguardia, dietro a mediocri avversarii, ed altre volte in primavera aveva palesata eguale riluttanza. Perciò lo si ritiene paralizzato in modo assoluto se appunto trova da faticare nella mota. Ma questa avversione sussiste tuttora? Guarito da quella grave debolezza all’arto per la quale fu venduto dal suo allevatore, non sarebbe probabile che avesse vinta anche codesta contrarietà? E ad ogni modo con la fortuna sempre tanto fedele ai simpatici proprietari non sarebbe poi prababile che il ciclo di Francia li volesse generosamente proteggere al momento buono?
Dunque si dice, e fondatamente che Sanzio andrà o non andrà a Parigi a seconda dei… bollettini metereologici di quella settimana d’ottobre. Per adesso senza sforzi alcuni, che in piena forma vince una buona e difficile corsa rendendo del peso abbondante e lavora leggermente: aspetta i voleri del clima autunnale. Attenderemo pure noi augurando che posto il campione nel dilemma tra
il Jockey Club e l’Arco del Trionfo non faccia la fine dell’asino di Buridano: per un cavallo sarebbe mortificante, nevvero?

Ostenda 1932. Sanzio

Ostenda 1932. Sanzio

II trionfo di Sanzio al grande ippodromo di Ostenda è stato commentato entusiasticamente dalla stampa francese e belga, con schiettezza che davvero fa onore ai nostri colleghi… battuti nelle previsioni concentrate su Goyescas ed Amfortus dal cavallo italiano a loro quasi ignoto: ormai tali scrittori, e sovratutti gli specialisti in materia ippica, mostrano d’essersi convinti di quanto si fa in Italia in fatto di purosangue. Prima al cospetto di qualche affermazione lontana parvero sorpresi e se la cavarono attribuendola alla cieca fortuna, sovrana ovunque si combatte sportivamente, ma Apelle ed Ortello li resero già più guardinghi, e adesso è Sanzio che li costringe a levarsi di cappello. Questo riconoscimento leale completa l’orgoglio nostro e ci tiene tuttora avvinti al bel successo d’un vero ed autentico fuori classe sortito dalle fucine più elette dell’allevamento nazionale.
Già in occasione del Milano, al solstizio di estate, ebbi il destro di esaltare il cavallo, il suo creatore che se ne disfece stanco dei crucci avuti con Cavaliere d’Arpino, e i due comproprietarii prediletti dalla sorte, resi maturi nella lor giovinezza dalla passione ippica, ma allora tacqui di un modesto collaboratore della miracolosa e portentosa rinascita d’un cavallo scartato dal maestro: Ubaldo Pandolfi, il quale da oscuro caporale di scuderia non ha avuto nessun pubblico incenso. Sicché parmi doveroso additare il modesto lavoratore che appartiene alla famiglia toscana dei tanti Pandolfi germogliati sulle piste di tutto il Regno: il buon Ubaldo non la cede in arte e in operosità ai parenti ed eguaglia il cugino Richetto or giunto all’apice della carriera e divenuto allenatore molto stimato e molto ricercato e che dopo aver dirette le preparazioni di soggetti appartenenti a vari sporftsmen, come Cottini, Morelli, da Zara, ed altri, ultimamente ha preso in consegna il materiale del Sig. Zanoletti divisosi da Luigino Regoli in questi giorni. A Ubaldo Pandolfi dunque sia reso il merito che gli spetta nell’aver cooperato sì bene ed intelligentemente alle cure che il giovane Visconti dedica diuturnamente al grande Sanzio.
In quanto al fantino a Polifemo Orsini davvero non mi sembra il caso di rilevarne i pregi di cavaliere superiore: troppo è popolare tra noi il segalino pisano e troppo son note le sue qualità per tesserne altri elogi sul modo con cui condusse Sanzio alla vittoria internazionale. Fu perfetto come sempre lo è stato nelle grandi corse. E figuratevi ch’egli non stava molto bene il 28 d’agosto: mi è stato narrato da un fine collega, recatesi all’ippodromo di Wellington per godere le gioie orgogliose di quella vittoria, come l’ottimo veterano dei nostri fantini abbia ceduto alla vigilia alla tentazione delle famose ostriche di Ostenda in un mese senza erre. Imprudenza fatale. L’intestino si ribellò e mise a soqquadro il povero Orsini, e proprio sino all’ultima ora tutta la numerosa compagnia italiana rimase in ansia per quelle benedette ostriche…
E andata bene. Ad onta dei residui del mal all’intestino Polifemo fu all’altezza della sua esperienza fredda e squisitamente redditizia, non cedette a Bertini lì pronto l’onore di montare Sanzio e neppure a Pat Donoghue — già scritturato — e lo montò da maestro, come sapete, lasciandolo libero nell’azione radente, col suo testone abbassato, quieto ed obbediente, da vero campione; così venne freddamente alla distanza a produrre lo sforzo per soverchiare tanto agevolmente gli antagonisti. Bravo Orsini: egli ha vinte anche le conseguenze d’una golosità di cui, chi se ne crede immune, può rimproverarlo lanciandogli tra gli incensi anche una pietruzza. Un’avventura innocente, ad ogni modo, che però servirà di monito a tutti gli uomini di sport, i quali hanno il dovere di soprassedere alle consuete debolezze umane rinviandole al momento degli sfoghi entusiastici a dopo la vittoria. Allora soltanto si può mangiare, bere e darsi alla pazza gioia.
Manfredi Oliva (Il Cavallo Italiano, settembre 1932)

Luchino Visconti 1932 (1)

19 lunedì gen 2009

Posted by teresa in Biografia

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i cavalli e Luchino Visconti, Luchino Visconti 1932, Sanzio

Luna Park 1932

Luna Park 1932

Note sugli ippodromi

Milano, aprile 1932. (…) Mentre gli allievi di de Montel non trovano la buona via della vittoria con grave disappunto dei sostenitori della giubba nera cucita in bianco, tanto usa ai successi sino a tutto il 1930, intorno dunque non v’è molto che ci spinga ad esaltare i cavalli giovani, oltre ai due maschi citati, a Faustino e specialmente a Don Garzia messosi in prima linea col terzo posto preso tanto vicino a Jacopa e ad Agrifoglio nell’arrivo disperato del « Regina Elena ». Quelli di Tommy Never non vanno assolutamente: Adera passata subito all’allevamento fu l’ombra di quello ch’era nell’autunno scorso, e la rivelazione annunciata di Aristillo ben presto s’è spenta perché il cavallo della Razza di Soragna si è fatto battere dal buon Gabbianello dopo un attimo in cui aveva suscitate grandi speranze. Bona Mens tutt’ora non è comparsa e così il grigiore nei ranghi dei puledri non s’attenua malgrado i nostri curiosi desiderii e le nostre vive aspirazioni nel progresso delle razze dei purosangue. Tanto ci si vede poco chiaro che dovremmo cercare in una importazione il soggetto più promettente venuto fuori in aprile, Jacopa esclusa s’intende: alludo a Luna Park, una figlia d’oscuri genitori non ignoti — nata da Allenby e Lowstep in Irlanda, se non erro, e acquistata assai a buon mercato dall’oculato Cino Corbella, ceduta poi alla simpatica scuderia del Conte Luchino Visconti di Modrone non certo per molti quattrini. Luna Park ha corso tre volte e tre volte ha vinto salendo man mano di classe per arrivare al Premio degli Allievi Fantini, là a San Siro, e sconfìggere molto facilmente Faustino, Doro, Cartone e Lattosio, tutti stimabili galoppatoi anche se non famosi per adesso. Tale schiacciante successo, riportato con un minuscolo bambino in sella, un certo Passarini che pesa meno di 40 chili, e ch’è alle sue primissime armi, costringe a considerare Luna Park come cavalla proclive a figurare tra poco ottimamente in ottime compagnie, checché ne pensino due miei valorosi e valenti colleghi, i quali legati a filo doppio alle leggi genealogiche non vogliono mai ammettere la bontà d’un cavallo se… non nasce da magnanimi lombi. Non oso certamente intavolare discussioni con codesti scientifici dell’ippica, ma però se Luna Park farà vedere la coda a qualche figlio di grande stallone prossimamente, come credo possibile e persino probabile, allora tirerò a galla la mia anziana teoria scettica ch’esclude la necessità assoluta del gran sangue per avere un buon cavallo; e allora i due cari amici dimenticheranno il crudele loro disprezzo e s’affretteranno a scovare antenati famosi della puledra del Visconti e vi regaleranno il nome del capostipite che non può fallire mai. E in questo modo elegante i fedeli della purezza delle origini avranno sempre ragione da vendere perché i cavalli da corsa tutti possono alla lunga vantare la nobiltà delle loro antiche famiglie. Così saremo d’accordo, io nello stimare Luna Park soggetto di prim’ordine e loro nel lodare gli scoperti antenati. Va bene?

La rievocazione del «Gran Premio di Milano 1932»

Luchino Visconti e Sanzio, Gran Premio di Milano, San Siro 1932

Luchino Visconti e Sanzio, Gran Premio di Milano, San Siro 1932

Milano, luglio 1932. Nel regno dei purosangue vi sono privilegiati e diseredati, fortunati e derelitti, occupati e disoccupati, tal quale da che mondo è mondo accade tra di noi miseri mortali. Quelli che stanno in alto nella scala dei valori dunque godono una vita più agiata e non scevra di vantaggi, hanno case migliori e mille comodità, servitù e cure abbondanti, lussi di ogni genere e persino le loro brave vacanze estive alla salubre salsedine del mare e alle arie balsamiche delle colline fresche. Cavalli di eletta razza ed uomini di censo elevato quando vien la estate abbandonano, chi più chi meno, il lavoro e gli affari, per concedersi quei riposi fisici e spirituali che, a detta degli igienisti d’ogni tempo, son ben necessari tanto ai giovani quanto agli anziani a due e a quattro… zampe.
E’ il periodo di rifatta dei muscoli affaticati e delle menti logorate, per tutti: soltanto i paria degli ultimi gradini restano inchiodati alle piste e alle città. Gli altri sgombrano lietamente i centri delle occupazioni e se ne vanno a ritemprarsi. Di fatti i purosangue d’alta classe dal luglio al settembre scompaiono dalla scena ritirandosi fedelmente accompagnati per rimettersi in gamba — e qui le gambe appunto spesso abbisognano d’una tregua al logorio — in attesa degli ardui cimenti che li faranno sortire di nuovo nell’autunno.
In quanto alla massa grigia della mediocrità aurea cedesti lussi forzatamente son ridotti alla varietà allegra, ma sempre abbastanza faticosa, delle mezze vacanze al verdeggiante Parco Reale di Monza, alle fiorite Bettole di Varese e all’azzurro splendente dell’Ardenza di Livorno. Là le giostre continuano, mentre i pochi privilegiati da gran signori oziano in assoluto riposo lontano dagli ippodromi minuscoli ed eleganti ove l’obbligo di divertire il pubblico e di guadagnarsi la biada non concede interruzioni. Leggi comuni ai cavalli e agli uomini.
Ma non crediate però che in questo scorcio estivo le gesta del primo semestre ippico possano essere scordate dai puristi, intanto che gli eclettici delle corse son svagati assai simpaticamente dalle
« notturne », dilagate da Milano a Roma e a Bologna, dedicate ai mezzo-sangue. Neppur per sogno: i ricordi restano a dominare la tregua della passione e commenti e chiacchiere non hanno posa, come si conviene ad uno sport nel quale affiora sempre il piacere della critica, più o meno serena, a seconda dei tifi particolari determinati dai diversi microbi coltivati dai diversi colori delle scuderie. Per esempio tutti noi non possiamo ancora passare alla storia definitivamente il maggior premio dei calendari italiani, l’ex mezzo milione, che ancora forma l’orgoglio sano di quanti sanno l’importanza sociale ed economica dell’ippica nella vita della Nazione. E non si potrà tanto presto scordare il Gran Premio di Milano del 1932, corso a San Siro il 19 di giugno davanti a migliala di spettatori convenuti nei recinti dell’ippodromo milanese, per dimostrare a chiare note come il fascino delle corse di stile non sia per nulla attutilo dalle difficoltà del momento di strettezze mondiali. Pareva in quel giorno dell’imminente solstizio che la seduzione del nostro sport fugasse ogni pensiero ed ogni cura; da cento città d’Italia erano difatti accorse tutte le notissime personalità dell’ippica, e tutta quella folla anonima che con la sua fede largisce generosamente anche adesso i non pochi milioni indispensabili a queste manifestazioni costose. In oltre la gentile nuova ondata di bellezze femminili, dame e damine in abiti di tinte ardenti e misteriosamente lunghi, aggiungeva al tono dell’avvenimento principe quella grazia profumata ed eterna che sembrava nel recente passato un po’ troppo avara con noialtri. Fu davvero una gaia e fremente ripresa di mondanità che induce vieppiù all’ottimismo quanti per pietosa debolezza continuarono a tremare pel domani del galoppo e del trotto in Italia.
Alla cornice tanto brillante rispose molto bene il quadro regalateci dalla grande prova per la quale s’allineò il fior fiore delle nostre scuderie di fronte a due cavalli venutici di Francia con arie da conquistatori prepotenti.
Ed uno di questi metteva davvero soggezione perché tutti lo ricordavamo impressionante e facile vincitore del Gran Premio di Milano dello scorso anno; tanto che l’armonico anziano grigio. Guernanville di nuovo montato dal celebre temporeggiatore Esling, ebbe subito l’onore d’esser installato favorito nelle quote del giuoco che si andava delineando nel campo dei dieci concorrenti. Anche il compagno Egmont, forte e robusto cavallo della scuderia Obry Roederer, sebbene soggetto da handicap, appariva qualcosa di più d’un fiancheggiatore, sovratutto perché col peso severo di 63 chilogrammi il ruolo del battistrada doveva ritenersi assurdo sui 3000 metri del percorso: Egmont logicamente doveva essere incaricato a diffendere per conto suo i colori minacciosamente oscuri della vedova del grande produttore di champagne francese. Il simpatico, elegante allenatore sig. Wenger, insieme al bravo Kriegelstein, infatti pur diplomaticamente chiusi non nascondevano il compito dell’accompagnatore di quel magnifico figlio di Chubasco che ci aveva dato il grosso dispiacere dodici mesi prima sul medesimo ippodromo.
Ma, come sapete, lo spauracchio dei francesi era destinato a dileguarsi tanto completamente da rasentare l’inevitabile umorismo che sempre sfiora un fiasco troppo solenne. Guernanville dietro ad Egmont finivano alla retroguardia abbastanza miserevolmente, dando ragione a coloro i quali, studiandoli nei galoppi del venerdì precedente alla gran corsa, li avevano sfrondati da ogni possibilità : Guernanville, con un posteriore sinistro manifestamente risentito poco prometteva, e rivelava il perché del lungo riposo preso dopo la vittoria milanese ed il terzo brillante posto occupato allora nel Gran Premio di Berlino del 1931. Il grigio trionfatore nel passato dunque non era più che l’ombra di sé stesso, e rappresentava evidentemente la poca stima in noi degli ex alleati, i quali sempre ci ritengono troppo inferiori in tante cose in cui proprio non lo siamo, e specialmente nell’ippica ove viceversa, al galoppo e al trotto, dovrebbero rammentare le severe lezioni avute. In quanto al compagno, Egmont, appena vistolo in pista lo giudicammo nulla più d’una allegra presunzione destinata a sgonfiarsi in corsa. E così fu.
Ma può esser scusato anche Egmont esso non ha fatto più di quanto può fare da noi un buon cavallo francese di classe secondaria, molto secondaria però. Il torto fu di mandarlo in Italia. E il forte e simpatico Kriegelstein son certo che l’ha montato come l’avrebbero montato e Semblat e Rabb… che in un primo tempo erano stati annunciati quali fantini del numero due francese.
Non vi ripeterò quanto inviterebbe a ripetere la mortificazione degli inutili e poco spiritosi due chili di sovraccarico protezionistico testé imposti ai forestieri. Il risultato della gita in Italia dei vecchi della signora Obry Roederer è d’una limpida eloquenza per la tesi liberale e leale d’eguaglianza sportiva, per quella tesi che so condivisa da tutti gli intelligenti che amano nell’ippica una delle tante espressioni reali dell’energia fattiva del Fascismo. Bandiremo il rossore degli avvilenti due chili? Speriamolo per l’onore dello sport nel Regime.
Un’altra riflessione scaturisce dal Gran Premio figuratevi cosa mai sarebbe successo se l’acquazzone violento scaraventatosi giù poco dopo sulla pista fosse scoppiato soltanto un’ora prima? Semplicemente questo: Sanzio insofferente ed inadattabile al terreno pesante, malgrado le braccia forti e la mente fine d’Orsini non sarebbe sortito dal fango e un tre anni, Fenolo, avrebbe indubbiamente vinto il grosso premio. Ecco come le divagazioni sul valore dei tre anni, sul divario di peso in questa inoltrata stagione, ed i pronostici fortunati di miei ottimi colleghi sarebbero tutti insieme andati a farsi benedire e… maledire. Persino il confronto tra generazione e generazione caratteristica speciale dell’Ex Commercio, si sarebbe capovolto fornendo ai maestri tecnici conclusioni a rovescio di quelle sciorinate in base alla vittoria di un quattr’anni. Ironie non tristi di certo sempre riservate alle corse dei cavalli per coloro i quali usano prenderle quale una possibile scienza, mentre non sono che il più elegante ed il più suggestivo dei divertimenti grandiosi offerti dalle battaglie cavalleresche al cospetto della passione del pubblico che vuoi sanamente svagar lo spirito e la mente contribuendo allo sviluppo economico e morale d una fonte inesauribile di attività e di lavoro.
Ed ora soffermiamoci un istante su Sanzio (Papyrus e Scuola d’Atene) che dal nostro abile e mai invecchiato Polifemo Orsini fu condotto come meglio nessuno dei fantini di grido internazionale avrebbe potuto fare: venne alla distanza precisa per lo sfruttamento tempestivo dello sforzo con una conoscenza dell’esatta ubicazione del palo da spezzare la resistenza coraggiosa del risorto nostro miglior tre anni, Fenolo nuovo miracolo di Lorenzini, e l’attacco di Agrifoglio che nel finale del Gran Premio confermava l’impressione già data di quanto sa trarre Federico Regoli da un semplice buon puledro… sebbene per quel nero fasciato in viola rimanesse acuto ed incancellabile il rammarico della disgraziata assenza della griglia figlia di Flèchois, Sainte Bianche che aveva battuto molto regolarmente pochi giorni prima sul lungo percorso il futuro eroe del « Milano ».
Da Sanzio sovratutto non si può disgiungere la bella figura di Federico Tesio, il primo nostro allevatore, che se ora ha avuto lo stupore di vedere rimesso a nuovo da altri un suo allievo scartato e ceduto per una sommetta irrisoria in un momento d eccezionale rinuncia, insieme al piacere del compenso pecuniario di 36.260 lire assegnate all’allevatore, deve aver anche gioito per l’ennesimo trionfo dovuto alla sua fucina artistica e fortunata sempre. Sanzio pur raddrizzato forse non vale Cavaliere d’Arpino che rappresentò il più bel miracolo di scienza veterinaria dato da Tesio, come non vale di certo la classe di Apelle e neppure quella di Cranach, i predecessori di Dormello del vittorioso del « Milano » ultimo, ma ad ogni modo è sempre un prodotto che fa brillare chi l’ha messo all’onor del mondo ippico. Quindi a Tesio, fra tutti gli attori recenti, non vanno lesinate le congratulazioni specialissime… anche se quelle 300 e più mila lire furono incassate da colori meno famosi.
Mentre rievoco queste note sul Gran Premio, ecco correr la voce, confermata da ottima fonte, che Sanzio è destinato all’Internazionale di Ostenda e forse più tardi all’Arco del Trionfo, la corsa tanto suggestiva per i campioni italiani. Notizia questa che rivela lo spirito agonistico del Conte Luchino Visconti e del sig. Giuseppe Radice Fossati, i due fortunatissimi proprietarii attuali del celebrato ex pensionano di Federico Tesio. Due giovanotti pieni di elettrizzante passione, nuove audaci reclute là dove sembra ben difficile spodestare gli idoli antichi. Essi meritano la buona sorte che li ha protetti in quell’acquisto per un piatto di lenticchie d’un soggetto disistimato e liquidato dal più esperto nostro uomo di cavalli: Federico Tesio prendeva il suo più grosso abbaglio, non tentava neppure le finissime cure fatte a Cavaliere d’Arpino, e gettava via Sanzio ch’era raccolto dai due sportmen appena affacciati alla vita ippica. Bel caso dunque, capitato però a persone degne di simile fortuna, a persone che profittavano della magnifica occasione dedicando ogni ora alla risurrezione del claudicante purosangue. Giorno e notte furono vicini a Sanzio non appena lo videro vincere in grande stile più d una corsa severa. E lo accompagnarono al successo elevati nello spirito ardente dei neofiti dalla certezza della vittoria. Accanto ad essi v’è un modesto della famiglia preziosa dei Regoli, il taciturno Antonio, che se non ha il titolo d’allenatore per Radice-Fossati e per Visconti, pure ne è il fedele coadiutore… senza lustro ma con molto merito. Quindi tanto la risurrezione quanto la preparazione di Sanzio servono a mettere in luce giovani rari per lo sport, giovani che s’aprono un cammino lietamente in mezzo a difficoltà e a dispendii che fermarono tanti predecessori. Con pochi soldi son giunti al massimo onore. Bravi! Così i due nuovissimi elementi freschi di gioventù, di entusiasmo, d intuito e d’intelligenza, hanno presto colto il migliore dei compensi, moralmente e finanziariamente, al loro coraggio, alla loro iniziativa, e alla loro passione squisita, dando nel contempo una bella soddisfazione a quanti nell’ippica non disperano dell’avvenire. Largo agli uomini della nuova generazione: è la lor volta.
Essi già prendono il posto dei veterani, oscurano le figure mummificate, tuttora illuse da utopie sorpassate ed umoristiche, compresa quella della insostituibilità…
Non chiacchiere vane, non velenosi discorsi, non ironie e pretese assurde di premi inadeguati agli introiti, non subdole congiure e pietose sconfitte imposte dalla ineluttabilità dei fatti. Essi agiscono e trionfano per la forza sublime della giovinezza e della fede: e vincono il « Milano » davanti a tanti colleghi anziani che spesero milioni su milioni agognando sol da lontano tal meta radiosa.
A sportivi puri d’animo e di ardire il bel cammino fiorito è aperto ed il domani radioso sorride.
Manfredi Oliva (Il cavallo italiano)

Luchino Visconti gentlemen-rider 1931

17 sabato gen 2009

Posted by teresa in Biografia

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i cavalli e Luchino Visconti, Luchino Visconti 1931, Scuola Cavalleria di Pinerolo

Nel 1926, Luchino Visconti si arruola volontario per il servizio militare e frequenta il corso alla Scuola d’Applicazione di Cavalleria di Pinerolo, da dove esce circa un anno e mezzo dopo con il grado di sergente maggiore. Come lui stesso ha dichiarato in numerose occasioni, da questa esperienza è nata una grande passione per i cavalli.

Luchino Visconti 1927

Luchino Visconti 1927

Sugli ippodromi d’Italia. La rinascita dei gentlemen-riders

Si va delineando in Italia un movimento importante e notevole rivolto a creare una migliore comprensione ed una maggiore attività sugli ippodromi per i dilettanti che montano in corsa i purosangue, verso cioè coloro i quali a seconda della terminologia imposta irremissibilmente dall’inglesismo ippico son detti comunemente gentlemen-riders. Siccome nel passato più d’una volta spesi parole ed inchiostro appunto per sostenere i diritti di questi sportmen, insieme alla grande utilità loro attribuita, così adesso tale risveglio spontaneo e repentino da parte degli interessati, e della stampa, allieta il mio spirito che non ha scordato affatto quanto andò predicando or sono non molti anni sul medesimo tema.
Giovani ed anziani gentlemen, dopo qualche simpatica riunione dei due gruppi, si sono ora accordati ed uniti dalle stesse aspirazioni di nobile passione, e già dal gennaio abbiamo visto sorgere una società vera e propria formata dai veterani ricchi d’esperienza e dalle reclute ardenti d’entusiasmo. La fusione spirituale di persone anelanti ad un maggior sviluppo delle manifestazioni particolari al loro sport prediletto, si concreterà in una realizzazione d’intenti che non dovranno fallire, alimentati come dimostrano d’essere tutti gli aderenti dallo scopo bello di rendere più vasto il campo alle corse di gentlemen. Ma non precipiterò gli avvenimenti, limitandomi ad attendere fiducioso lo sviluppo tanto probabile della nuova forza organizzativa ch’entrerà naturalmente nell’orbita del Comitato Olimpionico, il quale a sua volta non mancherà di proteggere e d’incoraggiare potentemente la risorta iniziativa. Piuttosto osserverò semplicemente come l’idea geniale avuta da codesti signori abbia incontrato il favore generale e l’approvazione di quanti seguono da vicino la vita ippica della Nazione.
Conosciute le prime mosse dei ridestati gentlemen di fatti più d’uno scrittore di cose ippiche s’è lasciato trascinare dall’evidente e chiara finalità sportiva che muove questo slancio e già qualche articolo comparve su per le gazzette in sostegno della speranza espressa dal movimento stesso. Le restrizioni sull’appoggio incondizionato, naturalmente, frenano i colleghi, che però non mancano di applaudire alle belle aspirazioni dei giovani, fiancheggiati dalla fede non spenta de’ loro precursori: ma tali restrizioni riflettenti i gusti del pubblico e gli interessi degli scommettitori non possono aver peso soverchio di fronte agli intendimenti puramente sportivi di simile rinascita, i frequentatori degli ippodromi non detteranno legge in materia, non avendone veste alcuna, ed essendo del resto sempre molto cortesi e di facile contentatura quando una corsa si svolga regolarmente. E in quanto ai giocatori sarebbe meglio non discorrerne giacché non solo già mostrarono al trotto di gradire molto le prove dei dilettanti, seguendole con interesse accresciuto di volta in volta testé a San Siro, ma non avrebbero nulla da obbiettare dal momento che sono sempre disposti a subire le sorti alterne ed umoristiche di non poche corse d’allievi alle loro prime armi.
In oltre credo che i gentlemen, riuniti per chiedere maggiori sviluppi alle prove riserbate loro nei programmi attuali, non pretenderanno di vederle subito inserite di nuovo nelle riunioni classiche degli ippodromi primarii. Essi comprendono la necessità di dover prima formare un nucleo vigoroso di cavalieri perfetti, attraverso l’unico allenamento proficuo e completo fatto in pubblico ed in corsa per poi aver il diritto d’accampare pretese tendenti a parificarli ai professionisti. Si tratta insomma di forgiare folte schiere di gentlemen capaci di far bene, innanzi tutto, e d’ottenere quanto è desiderato dalla stessa abilità dimostrata chiaramente con prove positive date e ripetute nelle riunioni secondarie, di provincia e anche nelle grandi città nelle stagioni meno importanti.
Già non poco è stato fatto negli anni scorsi a Tor di Quinto, a Torino, a Firenze, a Monza, a Varese, ad Asti, a Grosseto e in altri centri, ma intanto conviene riconoscere ben giusto il desiderio manifestato da questi giovani cavalieri, di usufruire di più estesi campi d’azione. E subito il Conte Emilio Turati, aderendo al nuovo movimenti vivificatore dei gentlemen per conto della S. I. R. E. ha formalmente promesso di far accrescere già nel 1931 il numero delle corse de’ dilettanti a Mirabello e alle Cascine. Quindi già alle prime voci è stato risposto assai simpaticamente dalla più salda Società di corse d’Italia, il che deve essere accolto come dintorno promettentissimo, perché il piccolo trionfo immediato indubbiamente prelude conquiste ben più grandi; dal momento che si è vinta la nota riluttanza del maggior organismo ippico del Paese vuol dire che in breve altri seguiranno quelle orme, e la stessa Società d’incoraggiamento aprirà nel futuro porte più ampie per accogliere i gentlemen.
Sicuro: le personalità preposte alla direzione delle società ippiche sanno quanto possono produrre i dilettanti nello sport dei cavalli. Quei signori rammentano le loro origini. Quasi tutti di fatti sentirono nascere ed ingrandirsi il loro amore per le corse dei purosangue perché vi presero parte da giovani appunto come gentlemen, e videro cento e cento compagni divenire allevatori e proprietarii di grandi scuderie allorquando la passione giovanile maturata reclamava orizzonti più ampi ed aspirazioni più grandiose.
Guardate un po’ come cominciarono i Tesio, i Dall’Acqua, i de Montel? Montando in corsa! E gli altri del passato come il Conte Scheibler, Ferrati, don Marino Caracciolo, Simonetta, in una con Neni da Zara, Giulio Coccia, Pippo Gallina, per non citare che i più vicini a noi, non furono tutti dei gentlemen riders? Mentre quelli che non si produssero in pubblico pure montarono e montano alle Cacce a Cavallo con ardimenti che insegnano il fascino unico dato dalla ebbrezza sana di galoppare in aperta campagna in sella ad un puledro di razza generosa. Noterò anche i frutti ottenuti dalla magnifica fonte degli ufficiali delle armi a cavallo che diedero sempre il miglior contingente dei cavalieri dilettanti nelle corse, e che in non pochi diedero pure proprietarii oggi ben famosi per l’origine comune dei più conosciuti in ogni paese del mondo. Se qualcuno fu ed è unicamente amatore estetico, se costui non ha montato i purosangue che possiede e li fa correre coi suoi sgargianti colori, state pur certi che, salvo rare eccezioni si tratta di ottimi proprietari divenuti tali per semplice slancio d’imitazione e spesso non disposti a durare a lungo nelle vicende contrarie e snervanti di cui è seminato troppo abbondantemente il nostro sport.
Quindi i dilettanti sono la sorgente più pura dei veri Sportmen. Incominciano con uno o due cavalli, forse per svago di esuberante giovinezza, poi ci si innamorano e se il censo e la fortuna lo permettono divengono allevatori e produttori, dirigenti e proprietari di gran nome, dando al Paese quel personale contributo nel patrimonio ippico che tutti conosciamo come indispensabile all’economia e alla ricchezza nostra. Ecco dunque la ragion prima della cura reclamata da questi sportivi pronti a tutto donare senza chiedere nulla più della gioia agonistica di misurarsi in lotte di forza muscolare, di saggio equilibrio, d’astuzia ponderata, e di decisione intelligente. Noi tutti dobbiamo sorreggere lealmente tali richieste di uomini che vogliono avere a loro disposizione il modo e il campo per affinare le attitudini fisiche e morali del loro corpo e del loro animo, in battaglie combattute a viso aperto e davanti a spettatori capaci di comprenderli e d’apprezzarli.
Abbiamo già parecchi cavalieri dei quali possiamo vantarci schiettamente: Luigi Gallina, Vincenzo Corbella, Gigi Coccia, i due Visconti di Modrone, il Signor Cottini, l’avvocato Badini, i fratelli Massicci, il nob. Leccatelli, e una schiera brillante di ufficiali che seguono le orme dei Valenzano e dei Cerboneschi magnificamente, quali 51 tenente Guerrieri Gonzaga, Ramberti, Bocchino, i capitani Pacini, Corvino, Barendson, Capone, Zamolo, Dusmet e tanti tanti ancora. Non insisto nella citazione più che sufficiente per dimostrare come la materia prima da reclutare non ci faccia difetto, ma reclami solamente d’essere adoperata su più larga scala, e meritatamente.
Lo spirito d’emulazione farà il resto: verranno al seguito di questi ardenti cavalieri altri non appena sarà porto loro il destro, e così rinsangueremo la classe dei piccoli proprietarii tanto utile sempre all’ippica, dando modo anche al caso propizio di vedere sorgere in avvenire da tali gruppi nuovi elementi preziosi nell’ambito ristretto delle scuderie che nel tempo e nelle vicissitudini vanno perdendo spesso qualche brandello lungo la via.
(…)
Stabilita storicamente la fonte universale delle corse al galoppo, appunto nell’origine unica del dilettantismo, non necessiterà ripetere quanta seria importanza occorra attribuire al movimento di rinascita a cui ho dinanzi accennato: e ciò va preso in grande considerazione sovratutto nel periodo di crisi in cui ci dibattiamo e dal quale sortiremo indubbiamente con tutti gli onori.
E stabilito come in Italia il rarefatto plotone dei gentlemen sia ora già divenuto uno squadrone ricco e tale da inorgoglirci è bene vedere che dal principio dell’annata codeste energie sieno andate coordinandosi attorno ad un prezioso animatore l’Onorevole Starace. Egli, infiammato nobilmente dalle manifestazioni ippiche alle quali ha voluto spontaneamente dedicarsi per fascino subito a Tor di Quinto, divenne promulgatore e protettore del nostro sport e dei nostri dilettanti comprendendo quale semente era là incolta e pronta a svilupparsi non appena fosse dato calore e luce. Così sorse la necessità fattiva di organizzazione fondendo forze spirituali e forze economiche per realizzare le tacite aspirazioni di risurrezione.
Da questa fusione avvenuta sul terreno, tra una corsa ed un ostacolo, dopo una vittoria ed una sconfitta, lealmente conseguita e cavallerescamente accettata, provenne in breve la costituzione del Club dei Gentlemen-riders Italiani, con sede a Roma e con proponimenti di divulgazione per tutta la penisola: il che garantisce un domani radioso che ne avversità ne intoppi potranno più fare impallidire.
Vieppiù persuaso della bontà di tale causa, saluto da queste libere colonne, il nuovo Club che alfine realizza una speranza perduta allorquando elevavo voce nel deserto, in tempi in cui governi imbelli rendevano vane le più nobili iniziative, in tempi in cui anche le Società si mostravano sorde agli incitamenti che potevano apparire contrastanti con gli interessi immediati, e specialmente potevano ledere momentaneamente la famosa smania dei campi numerosi per acuire il sostegno inesorabile del lucro tratto dal beneficio del giuoco. Adesso il Regime, a mezzo d’un suo Gerarca, ha stese l’ali potenti di protezione ed ha rovesciata una situazione ch’io stesso — mai proclive alla rinuncia — ritenevo disperata. Per ciò posso dare sfogo alla soddisfazione purissima d’attendere in sicurezza grandi cose dal nuovo Club.
E ne riparleremo un giorno allorquando le conseguenze di questa accolta di volontà fattive avranno raggiunte le mete più belle. Attualmente basta la base creata per formulare gli auguri che dovetti tener nascosti per tanti anni.
Manfredi Oliva (Il cavallo italiano, marzo 1931)

Il Club dei Gentlemen-riders

Il 6 aprile al Grand Hotel di Roma è avvenuta la prima assemblea del costituito Club Italiano dei Gentlemen-riders, sotto la Presidenza dell’Onorevole Achille Starace, vice-Segretario del Partito.
Diamo l’elenco dei soci fondatori di questo Club sorto con il suffragio di simpatie sportive generali.
(Segue una serie di nomi, tra cui Visconti di Modrone Conte Luchino, ed il fratello, Visconti di Modrone Conte Luigi)
(Il cavallo italiano, aprile 1931)

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