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Tag Archives: famiglia

Omaggio a Luchino Visconti nella 54esima edizione del Festival di Spoleto

24 venerdì giu 2011

Posted by teresa in Notizie

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famiglia, Festival dei Due Mondi di Spoleto

Festival dei Due Mondi di Spoleto 1958

Programma del Festival dei Due Mondi prima edizione 1958

Con Amelia al ballo, opera buffa di Giancarlo Memotti, parte questa sera l’edizione 2011 del Festival dei Due Mondi di Spoleto, 54esima edizione.

Un festival molto legato alla vita e alla carriera di Luchino Visconti, come Giorgio Ferrara, amico e collaboratore di Luchino, direttore artistico del festival (e dello spettacolo  Amelia al ballo in questa edizione), ha ricordato un paio di giorni fa nella conferenza stampa.

L’omaggio a Luchino Visconti, si terrà domenica 26 giugno, al Teatro Caio Melisso – Spazio Carla Fendi:

La musica d’autore nella vita e nell’opera di Luchino Visconti, relatore Anna Gastel, nipote di Luchino.

Montaggio di fotografie, brani musicali e filmati a cura di Guido Taroni.

I biglietti per l’omaggio a Luchino Visconti in questa pagina web.

Il Sito del Festival dei Due Mondi di Spoleto 54esima edizione.

Roma, 17 marzo 1976

17 giovedì mar 2011

Posted by teresa in Biografia, Notizie

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famiglia, ricorrenze

via flemin roma

La casa di Via Fleming

« Proprio in questi giorni si era fatto portare un mangianastri e aveva comprato naturalmente una montagna di cassette come faceva sempre lui quando le veniva la mania di qualcosa. L’altro giorno aveva ascoltato quasi per tutto il giorno la seconda di Brahms. Poi a un certo punto mi aveva fatto un cenno e mi aveva detto: “Adesso basta”. “Ti sei un po’ stuff di musica, eh Chinacci?”, avevo chiesto io. “Sì”, mi aveva risposto reclinando il capo. Poche ore dopo è morto ».
Uberta Visconti di Modrone

« Aveva accanto la sorella Uberta. A me telefonò Pietro Notarianni: mi chiese se era vera la notizia. Sono corso da Visconti con lo sceneggiatore Medioli e Giovanni Bertolucci. Non lo sentivo da due giorni perché, avendo la febbre alta, non era giusto farlo parlare al telefono. La sua era una normale influenza. Secondo me, è stato lui e non voler più combattere con la morte. Era stanco di non essere più il Luchino che amava, stanco di vivere a quel modo, stanco di medici, di fisioterapisti, di camerieri, di girandole di amici, di sorrisi forzati. Il film era finito: era finito anche lui. Sentiva che non avrebbe fatto un altro film, era proprio stanco di vivere a quel modo.»
Enrico Lucherini

« Roma è una città nella quale diventa sempre più difficile vivere », aveva detto soltanto pochi giorni fa Luchino Visconti a un amico giornalista che gli aveva chiesto di intervenire nelle polemiche sulla sua città di adozione. « Non credo, aveva aggiunto, che riuscirei a sopravvivere una intera domenica senza lavorare ». Il lavoro, continuo, appassionato, al di là degli anni, delle fatiche e del male, era diventato la funzione della sua vita. Lunedì, avrebbe dovuto cominciare il doppiaggio del suo ultimo film, L’Innocente, di cui aveva appena terminato le riprese. « Fino a due giorni fa, quando è stato colto da un attacco influenzale che lo ha costretto a letto, ma che non faceva presagire la tragedia, Luchino aveva continuato a lavorare senza sosta », diceva ieri sera il press-agent Enrico Lucherini, affacciandosi con le palpebre umide dietro la porta di legno chiaro dell’appartamento dove il regista viveva, in un quartiere residenziale alle spalle di corso Francia, e dove è stata composta la sua salma.

Fino all’ultimo, la vita di Visconti è rimasta la stessa, abitudinaria. Al mattino, le persiane della sua stanza restavano abbassate fino a tardi. Si alzava verso mezzogiorno. Le ore che non dedicava al cinema, le divideva fra la musica, alla quale era stato educato fin da ragazzo, e la lettura. Guardava spesso la televisione, gli piaceva seguire un po’ tutto, discutere, commentare, a volte con una calma ironia. La sera usciva volentieri, oppure pranzava a casa, con la sorella Uberta, che viveva con lui, e gli amici più intimi: Suso Cecchi D’Amico, compagna di tutto il suo lavoro, lo sceneggiatore Enrico Medioli, il musicista Franco Mannino, Enrico Lucherini, lo scrittore Giuseppe Patroni Griffi, l’attrice Adriana Asti e il giovane aiuto-regista Giorgio Ferrara, figlio del neo-presidente della giunta di sinistra della Regione, Maurizio.

Sono le persone che ieri sera si sono ritrovate a vegliare il corpo del regista. In più, c’erano la nipote Meralda ed il nipote, Prandino Visconti, anche lui regista, che era rimasto, al contrario dello zio, milanese. Amici e parenti hanno voluto restare soli. Le sette stanze dell’appartamento devono essere sembrate loro infinitamente vuote. Il corpo di Visconti era adagiato nel suo grande letto, con le mani giunte, una vestaglia color rosso fragola annodata alla vita, un foulard intorno al collo, sulle guance già pallide. Al lati due candele e due gladioli bianchi. Una stanza dalle pareti ricoperte di grandi fiori vivaci, come tutte quelle dell’appartamento.

In questa casa, Visconti era venuto a vivere da un paio d’anni, dopo l’attacco che lo aveva colpito durante la lavorazione di Gruppo di famiglia in un interno (sic Ludwig!). Allora, aveva spiegato agli amici che non se la sentiva più di vivere nella villa sulla via Salaria, immersa negli alberi, dove aveva abitato per più di trent’anni. Si era voluto avvicinare alla sorella. Così si era ritrovato in un appartamento molto moderno, tutto sommato anonimo, al quarto piano di un edificio abitato da famiglie dell’alta borghesia, in una strada privata, riservata, silenziosa. Un po’ del verde della Salaria gli era rimasto: giunchiglie gialle che si arrampicano, come rampicanti, lungo i muri, un giardino con piante da frutta, una magnolia e qualche leccio, e, proprio davanti alla terrazza del suo appartamento, isolato e solitario, un gigantesco cipresso, con la punta, su in cima, più alta del tetto.

Ma lì, forse, Visconti si sentiva provvisorio. Sul targhettario del citofono, aveva messo solo un pezzetto di foglio a quadretti e sopra, scritto con la biro, « L. Visconti ». Pochi giorni fa, erano finiti i lavori di una casetta con giardino che si era fatto costruire a Castelgandolfo, sul lago di Albano, dove aveva annunciato di volere trascorrere almeno i mesi caldi dell’estate. Una cosa certa è che non avrebbe mai più lasciato Roma. Lui, milanese di formazione e di cultura, amava questa città e al tempo stesso voleva sentirsene estraneo: « Ne amava, per ragioni misteriose, la femminilità, che lo attraeva e lo respingeva », dice una delle persone che meglio lo conoscevano.
Pietro Lanzara

Testimonianze: Uberta Visconti di Modrone (Massimo Fini, Chi era Luchino Visconti, L’Europeo, 2 aprile 1976); Enrico Lucherini (Concluso il film, non ha più voluto lottare con la vita, Oggi, 5 aprile 1976); Pietro Lanzara (Corriere Romano – Corriere della Sera, 18 marzo 1976)

Rappresentazione di Casa Visconti di Modrone 1911

16 mercoledì feb 2011

Posted by teresa in Biografia

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Carla Erba, Emanuele Castelbarco, famiglia, Giuseppe Visconti di Modrone

Giuseppe Visconti di Modrone nella rivista Chi sa il giuoco me lo insegni

Giuseppe Visconti di Modrone, al centro, nella rivista Chi sa il giuoco... me lo insegni

Il conte Giuseppe Visconti di Modrone ci scriveva : « Artisti e rivista valgono tanto tanto poco ma hanno il merito (unico) di saperlo. » Artisti e rivista, invece, non valgono poco; tutt’altro. Chi sa il giuoco… me io insegni del conte Giuseppe Visconti di Modrone, rappresentato la prima volta nella sera di lunedì scorso nel grazioso bianco teatrino della sua casa in via Cerva, 44, a Milano, e ripetuto in qualche sera successiva (sempre a scopo di beneficenza), è una « rivista » graziosissima, con delle vere trovate. La folla di dame e di cavalieri, che lunedì sera batteva le mani, aveva ragione: era entusiasta con ragione. Le batteva per primo S. A. R. il Conte di Torino, alla cui caccie d’Africa (non strombazzate come quelle d’un noto ex presidente americano), uno dei personaggi della rivista fece un’allusione garbata e giusta.

La «rivista» è in tre atti. E’ strettamente una rivista da salotto, non da grande teatro; è quindi, questo, uno de’ suoi pregi. La misura, difficoltà massima in tutto, ma specialmente in simili produzioni, qui, nella piccola « rivista » (così s’intitola) è conservata con garbo squisito. Neppure le « personalità » potrebbero offendersi di caricature, che le farebbero ridere per le prime, come fecero rider tutti.

Furono colti bene i punti essenziali, caratteristici del 1911. La scelta rivela un artista d’accorgimento pronto. Era così facile ripetere altre riviste (quella dell’anno scorso, ecc.)! era così facile fermarsi su accessorii poco importanti! Una vera trovata è «la donna moderna » rappresentata con tanta scioltezza e brio dalla contessa Carla Visconti di Modrone. Una caricatura dell affaccendatissimo femminismo moderno, che sa tutto, fa e disfa tutto, comanda a tutto. Altra trovata è il colloquio cantato per telefono. L’ indiavolato signor Bruno Arkel, cantando in falsetto, tingeva da cantore innamorato…. a distanza. Alcuni motti di spirito sono felicissimi. Certi critici lividi (dove non ci sono critici lividi?…) dissero che i motivi della Secchia rapita sono tutti presi da vecchie opere. E uno dei personaggi della rivista esclama : « Se fosse vero, la secchia sarebbe due volte rapita! »

II «coro degli angeli» è un vero incanto: una visione di luce. Quante bellezze!… Ma quante, per tutta la sera, sulla piccola scena, e nella platea e nella loggia! Milano ebbe due famosi periodi di bellezze muliebri : nel Regno Italico e nel Cinquantanove. Ora ha il terzo. Fra le geniali esecutrici furono notate la signorina di Villahermosa e la signora Baslini; e fra gli esecutori il conte Giuseppe Visconti di Modrone che gareggiò con loro, spiegando un gran brio nella parte riserbatasi e che formò il piatto più solido della ricca imbandigione. La musica è tolta da varii autori (tutto un rapimento!) e applicata con molta proprietà alle varie vicende dell’azione vivacissima. I costumi ricchissimi (alcuni capolavori di sartoria e d’arte) e i giuochi di luci compirono il grande successo.

Meravigliose certe truccature: quelle del sindaco di Roma, Nathan, dell’ex-sindaco di Milano, Bassano Gabba, e dell’on. Luzzatti perfette. Ne va il merito al conte Emanuele Castelbarco, uno dei giovani più di spirito, che si limitò questa volta a quei piccoli prodigi umoristici. Insomma, uno spettacolo che esce assolutamente dallo Charity-sport per entrare a bandiere spiegate nell’arte.

Non sarà inutile ricordare che le «riviste» fiorenti già in Francia al tempo del secondo Impero, cominciarono da noi subito dopo la guerra del 1866, col Se sa minga d’Antonio Scalvini, rappresentato prima a Milano, poi nelle altre città con successo clamoroso; ma anche, in questo genere, (lasciando da parte Aristofane, che non c’entra !) abbiamo fatto bei progressi…. e ne faremo ancora! Il genere diverte: tiene allegra la ville et la cour.
R.B., Milano gennaio 1911

Carla Visconti di Modrone, al centro, nella rivista Chi sa il giuoco... me lo insegni

Carla Visconti di Modrone, al centro, nella rivista Chi sa il giuoco... me lo insegni

Carla Erba Visconti di Modrone

06 giovedì gen 2011

Posted by teresa in Biografia

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Carla Erba, famiglia, Giuseppe Visconti di Modrone

 

Carla Erba Visconti di Modrone

Carla Erba Visconti di Modrone

A grande richiesta.

«Verso l’arte la contessa Visconti di Modrone è stata tratta dal gusto innato nella sua anima, da un temperamento aperto a tutte le lusinghe delle vaghe forme e delle belle idee e dalle consuetudini tradizionali della gran casa lombarda in cui è entrata, or son pochi anni, sposa raggiante e giovanissima. La bellezza è inscritta con venustà di pure linee greche nella sua persona; la contessa Visconti di Modrone fra le dame dell’aristocrazia italiana sfolgora per la vivida e affascinante nobiltà estetica, che come un ritmo regolatore governa la sua florida giovinezza. La grazia e l’intelligenza compiono la rara armonia femminile in modo da fondere mirabilmente i pregi fisici alle intime cortesie di uno spirito culto, elegante, semplice e schietto.

La contessa Visconti di Modrone è figlia a un grande industriale salito per la sua operosità feconda e instancabile in gran fortuna a punto in quel periodo in cui l’industria lombarda raccoglieva tutte le sue energie per conquistare la prosperità che fu poi il degno frutto d’un tenace, fiducioso, alacre e continuo lavoro.

Giovanissima, sposò il conte Visconti di Modrone, gentiluomo di razza e d’una casata nota in tutta Italia, ma popolarissima sopra tutto nel mondo artistico, letterario, musicale di Milano.

Il duca Guido Visconti di Modrone, padre al marito della leggiadra contessa, fu quell’impresario della Scala che rinunziò alla dote e che sollevò il vecchio e glorioso teatro dalla sua fatale e progressiva decadenza.

La contessa e il conte Visconti di Modrone sono due musicisti eletti; una comune passione li spinge dunque verso le superiori, ideali, sublimi manifestazioni dell’arte con volontà e sforzo concordi. Essi non solo amano la grande musica, ma proteggono l’arte e gli artisti in genere e ciò con intelletto perspicace e col gusto, reso dalla cultura e da un’istintiva eleganza, fine e squisito.

Nell’industrialismo e nella vita politicamente realistica di Milano, la contessa e il conte Visconti di Modrone portano da vero una nota modernamente e liberamente aristocratica.

La contessa e il conte di Modrone nutrono un grande e intelligente amore anche per l’arte drammatica. Nella loro casa hanno un piccolo e grazioso teatrino dove furono rappresentate tradotte anche commedie di Plauto.

La contessa Visconti di Modrone è magnificamente dotata per rappresentare con ogni decoro spirituale l’aristocrazia milanese nella sua migliore espressione. Essa non ha chiusa la sua casa all’ingegno, al pensiero, agli uomini di scienza, ai poeti, agli artefici, e non conduce una vita grettamente ed aridamente mondana. Nella famiglia dei Visconti di Modrone i contatti con la realtà e con le persone che meglio incarnano in Lombardia la vita artistica e civile, politica e letteraria sono sempre stati continui, reciprocamente cordiali.

Chi mira con occhi di poeta e di artista il ritratto della contessa Visconti di Modrone non ne può dubitare e stupisce per il mirabile accordo fra la bellezza plastica e la bellezza spirituale raggiunto in una perfetta forma femminile.»
Milano, 1904

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