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Tag Archives: Clara Calamai

Ossessione 1943 recensioni e progetti

25 venerdì dic 2009

Posted by teresa in Film

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Clara Calamai, Luchino Visconti 1943, Massimo Girotti, Ossessione (1943)

Le dernier tournant, 1939

Le dernier Tournant, Pierre Chenal, disegno di B. Lancy

«(…) Il film è tratto dal romanzo americano The postman always rings twice (Il postino suona sempre due volte) di James Cain, che già conosce una versione cinematografica diretta da Pierre Chenal (Le dernier tournant). Ma il tema, il motivo sono identici a quelli de La bête humaine (L’angelo del male). Anche in Ossessione una donna spinge l’amante ad uccidere il marito. E alla crudezza del violento amore carnale è vincolata la evidenza spietata delle inquadrature (il potentissimo finale, ad esempio), la descrizione nuda — e insistita — degli umili e perduti personaggi, della minuta cronaca dei loro quotidiani gesti ed azioni, la descrizione scheletrica di certi ambienti (la bettola e la birreria, la fiera e la camionabile).
Sensualmente torbide e grevi sono dunque l’aria e l’atmosfera del film. ma Ossessione non cadde mai nel letterario e nel retorico (ad eccezione, ripeto, per alcuni punti della recitazione) e non è — per chi sa ben vedere — opera cinematografica immorale. La verità, qui, diventa verosimiglianza artistica. La vicenda, che ha un preciso rapporto con il materiale radunato, si tramuta — ripeto — in umana poesia. Ed è questo film, — altra cosa da precisare — italiano, nonostante le evidenti influenze neorealiste francesi: e non solo perché la vicenda è ambientata a Ferrara ed Ancona (un’ambientazione riuscita: alla quale hanno contribuito la fotografia di Tonti e il sonoro: i rumori sono sapientemente scelti e messi in rilievo, come il cigolio delle porte; la musica di Rosati è efficace e talvolta usata opportunamente per contrappunto). Ad ogni modo Ossessione è un film italiano e morale più di tanti altri cosi detti comico-sentimentali.
Per la polemica presa di posizione all’inizio sottolineata, e per la presenza di quella verità artistica, e quindi stilistica, che può essere la sola salvezza del cinema, Ossessione mi sembra — ed avrò contro di me ancora una volta il pubblico — il nostro film più significativo di questi ultimi tempi; e pertanto destinato a rimanere nella storia del cinema.»
Guido Aristarco (Corriere Padano, 8 giugno 1943)

«Luchino Visconti, abbandonato il proposito di dirigere un film tratto dal romanzo di Verga I Malavoglia, realizzerà invece un film psicologico d’ambiente moderno, che si svolgerà a Milano.»
(Film 19 giugno 1943)

«Io non ho mai portato il cappello. La neve, la pioggia, il sole hanno sempre fatto sulla mia zazzera ogni comodo; ho raccolto, e raccolgo, nella mia zazzera tutti gli umori delle stagioni. Ho anche raccolto qualche sberleffo: al tempo della mia provincia. «Quel matto …» dicevano i miei concittadini, irritati dalla mia nuda capigliatura sul grigio scenario invernale: «quel matto …»; e una bizzarra giovinetta, con i libri sotto il braccio, aggiungeva al mormorio impertinente un ironico grido: «poeta!». La giovinetta si chiamava Lina Costacurla: si nascondeva, la monella, e mi schermiva; ora, la stessa giovinetta, non più giovinetta, si chiama Lina Costa e, dottoressa e regista, se mi incontrasse, non mi burlerebbe più, di certo. Signorina Costa, io ho la memoria lunga.
Non ho mai portato il cappello, ripeto; ma Girotti, in Ossessione, dà ai miei concittadini una gran gioia: il cappello, Girotti, non se lo cava nemmeno a letto. Girotti cammina per le stanze, mangia, beve, dorme, sempre con il fido cappello in testa. Girotti di leva la camicia, si leva la maglia, si leva le scarpe, ma, tetragono, il cappello resta là, sulla chioma. Fortunato in amore, Girotti ha per sè, subito, le occhiate bramose di Clara Calamai, e il resto, le occhiate bramose di Dhia Cristiani, e il resto; ma il cappello, nelle sequenze della bramosia e del resto, rimane imperturbabile, sui capelli. Si perturba la Calamai, si perturba la Cristiani, si perturba il censore, si perturba la critica, si perturbano le dame, si perturbano i gentiluomini; ma il cappello, no. Pallida, ardente, cupida e vietata ai minori, la Calamai; ma il cappello di Girotti è insensibile alla furibonda ebrezza, garantita elargita da quella molle e selvosa e dannante creatura. Sì: lui, Girotti, si sconvolge, e, ginnasta dell’amplesso, si esibisce nel talamo rusticano a torso scoperto (un torso che non mi impressiona; meglio l’arroventata immagine di Clara); ma il cappello, indifferente e placido, non sussulta, non si agita, non si muove. Si muove Clara, si muove la critica, si muove la censura, si muove – troppo – la mia vicina; ma il cappello, porca miseria, no.
È il cappello di Jean Gabin.

Massimo Girotti

Massimo Girotti, cappello in testa qualche anno dopo, nel film Molti sogni per le strade 1948

Di Jean Gabin, Girotti ha anche la barba, l’ispida barba; e, come Jean Gabin, Girotti cicchetta. Maschera ermetica, peli pungenti, alito bruciante, cappello in testa: il vagabondo di Ossessione è carico di preziosi intellettualismi. All’apparire di Girotti, nell’osteria sul Po, fra le robuste zanzare della piana ferrarese (ferma e pesa l’estate: e le foglie non respirano …) Clara Calamai, che ignora il Porto delle nebbie, si innamora rapida. È il coup de foudre: e vien alla mente una sbrigativa didascalia del maligno Shaw in «Non si sa mai»: «a la vista di Gloria, Valentino si innamora». Eh, che velocità? Ignora il Porto delle nebbie, la Calamai; in compenso, il regista e gli sceneggiatori serbano uno scrupoloso ricordo dell’Angelo del male, di Alba tragica, di Verso la vita, della Maternelle, della Bella brigata, eccetera eccetera eccetera eccetera. Si tratta di un film originalissimo, e la copiatura (Francia e America) non può sorprendere: né può sorprendere — si tratta di un film che deve insegnare ai cineasti italiani lo stile italiano — il soggetto desunto da un romanzo di Cain. Perché, a quanto sembra, il genere veristico, da noi, non c’è.
Ho in pratica i luoghi di Ossessione: la riva ferrarese e la riva polesana. Ho in pratica quella immobile, lucida, arsa estate; ho in pratica quel favoloso paesaggio, a valli, a gorghi, a canali, a golene, a pioppi, in un silenzio illimitato; e il paesaggio della Bassa, aspro e drammatico, sotto i cieli umidi dell’autunno. Rammento (o miei giovani anni …) i ponti di barche, i «passi» sulle acque, i mulini; rammento — parevano fili d’erba, dagli argini — le croci dei campanili; rammento i barocchi dei mercati, sulle strade diritte, per la fiera … Come rammento — Polesine ancora, ma sull’Adige — la torre di Badia, che è il paese di Gino Visentini. Insomma, una frenetica vicenda d’amore poteva, sì, chiedere a quei luoghi affuocati la terragna atmosfera (ci siamo, con le atmosfere, ci siamo); ma un altro realismo bisognava esprimere: il realismo di Gino Piva nelle «Cante d’Adese e Po», il realismo di Corrado Govoni nella «Santa verde», il realismo di Bacchelli nei racconti di «Acque dolci e peccati», il realismo dei libri in dialetto di Palmieri. (Palmieri, lo so che siete modesto: perdonate). Anche nelle opere di Bacchelli, di Piva, di Govoni, di Palmieri – opera che, con buona pace dei raffinati, precedono le narrazioni filmiche di Renoir, di Carné, di Duvivier — vi sono gli autocarri, le osterie, le armoniche, le biciclette, le sbornie, i vagabondi, le donne calde — e non era il caso proprio, di affidarsi al modello dell’Angelo del male, della Bella brigata, di Alba tragica … Esiste, da noi, una letteratura che avrebbe potuto, schietta e ruvida, senza retorica e senza riguardi, fornire ai cineasti di Ossessione il clima esatto.
Un clima di visioni, di sentimenti, di sofferte esperienze: quelle visioni che il film trascura, preoccupato come è di cercar il linguaggio in casa d’altri. Solitudine della Bassa remota, fra le vampe dell’estate implacabile e la nebbia spinosa (la «fumara» cupa e solida); la umanità di quella gente e di quelle cose. Gente magra e sensuale: e un frenetico fatto d’amore era possibile. Ma un fatto determinato dalla mestizia del paesaggio e delle stagioni, non dal dilettantesco imitare. Un’altra doveva essere la genesi del film: il verismo nostrano, non il verismo di Renoir, di Carné, di Duvivier, eccetera, eccetera, eccetera, eccetera.
Ad ogni modo, Clara Calamai è bellissima: con quello sguardo bramoso, quello sguardo straripante. Se necessario, anch’io mi sarei presentato nell’osteria sul Po con il cappello in testa. «Tutto per la donna» avverte l’avvocato Manzari: tutto: compresso il cappello.
Lunardo (Film, 26 giugno 1943)

Il postino suona due volte ma suona bene

26 giovedì nov 2009

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Clara Calamai, Luchino Visconti 1943, Massimo Girottti, Ossessione (1943)

Cineromanzo di Ossessione febbraio 1943

Cineromanzo di Ossessione, Grandi film illustrati febbraio 1943

(…) Più tardi, verso le tre, appesantiti dal cibo e dai progetti, passeggiavamo lungo la strada a mare di quella cittadina dove si paga anche il sole, ma val la pena di pagarlo; e d’un tratto mi fermai davanti all’ingresso d’un cinematografo. Clara Calamai, dolente e spettinata, mi guardava, e aveva una puntina da disegno infissa a metà della guancia. Ossessione, era scritto sul manifesto: e, più sotto: “Oggi”.
Di lontano giunse la mia vita di prima, mi agguantò per il bavero, e mi scosse fin che dimenticai d’essere un soldato in permesso; il discinto cineasta risorgeva in me, mormorando parole rigorosamente tecniche.
— Vieni, — dissi allo sbalordito Lorenzini, trascinandolo alla cassa. Questa era sormontata da un carretto con su scritto: «Vietato ai minori di sedici anni»; il mio compagno lesse, guardo la cassiera polputa e disse:
— Non hanno torto, sarebbe sciupata per un ragazzino.
Non gli passava neppure per la fantasia che il cartello potesse riferirsi al film, invece che alla ragazza, e quando mi vide comprare i biglietti, m’afferrò per un braccio.
— Non vorrai mica andare lì dentro — squittì; — alle quattro loro ci aspettano.
«Loro»: non due ragazze, ma tutte le donne del mondo, quindi la donna. La donna che avevamo desiderato fino alla stanchezza.
— Entriamo soltanto per dare un’occhiata, — dissi subdolamente. — il tempo l’abbiamo.
Lorenzini mi segui, e considero ciò uno dei più luminosi gesti d’amicizia.
— Ma Dio ca t’maladissa, — mormorava instancabilmente, navigando fra le poltrone: — ca t’vegna n’azzident, brutt cancher.
Così imprecava, senza che io l’ascoltassi. Per mesi e mesi avevo avuto la curiosità di Ossessione, da quando avevo veduto la prima fotografia di lavorazione su «Film». Ora volevo sapere se Visconti meritava tutta la pubblicità fattagli, se la Calamai aveva saputo svincolarsi dal ruolo di gatta d’Angora, se il torace di Girotti era aumentato. Volevo vedere il film, insomma, e all’inferno Lorenzini, e le due ragazze in attesa.
Il locale s’andava affollando; ebbi l’impressione che tutti gli abitanti della cittadina i quali avevano sedici anni e un giorno, si fossero dati convegno in quel cinema.
— Andomia? disse Lorenzini irrequieto, quando ebbe visto il «Giornale Luce».
— Aspetta, voglio vedere Clara Calamai, è la più bella donna d’Italia.
L’argomento poteva servire, in quella contingenza. Lorenzini s’acquietò, e sorbimmo una quantità di titoli di testa che, ragionevolmente impiegata, sarebbe stata sufficiente per dieci film. Poi Girotti scese dall’autocarro, mostrò il petto, entrò nell’osteria, sempre esponendo chilometri quadrati di torace.
— Chi el, un lutadur, lu li? — domandò il mio superiore e compagno. Ma ammutolì subito.
«Presentazione della protagonista», pensò il distinto cineasta che era in me. Clara, fuori quadro, cantava una dimessa canzone d’amore; poi si vedevano le sue gambe, qualcosa sul genere delle ossessionanti gambe del Dottor Jeckill; e finalmente eccola, svilita dall’abito miserrimo e dalla pettinatura scomposta.
— Ela le la piò bela dona d’Italia? — domandò Lorenzini con voce dubitosa.
In quel momento capii che avevo avuto ragione di scommettere su Ossessione, di entrare in quel cinema e di trascinarvi il mio compagno. Se la folgorante bellezza di Clara poteva suscitare dubbi, molto era stato compiuto.
In silenzio grande, assistemmo alla scena cruda della prima parte. Sentivamo il desiderio di Girotti come se fosse nostro, ci avesse tormentato a lungo, con dita sottili, ma instancabili. E l’abbandono di Clara, quel suo corpo duttile e consistente, quel suo stanco concedersi, ci tolsero il fiato.
— Ma Dio ch’li maladissa, che robe, — mormorava Lorenzini, abituato dal suo dialetto a imprecare, specialmente quando ammira. Allora cercai di essere maligno.
— Sono le quattro e dieci, — dissi deliberatamente.
Immaginavo il balzo che Lorenzini avrebbe compiuto a quella rivelazione; invece non diede crollo, sebbene Girotti esponesse pertiche e pertiche di petto, torace, spalle, schiena e quant’altro un uomo può decentemente esporre. Con ciò resta assodato che la fantasia vince la realtà. Il mio caporale era un uomo con idee limitate e precise, con desideri più precisi ancora, e la possibilità di soddisfarli; e rimaneva là, seduto su una poltrona scricchiolante per vedere altri che soddisfacevano i propri desideri. Lorenzini, come me, come tutto il nostro pubblico, era abituato in massima parte all’idromele cinematografico caro ai nostri produttori: ora si trovava improvvisamente di fronte all’alcole vero, forte, perfettamente preparato, e ne provava contemporaneamente stupore e ammirazione.
Venne anche una scena brutta; Girotti che cammina scompostamente verso l’infinito, agitando il proprio animo e una valigia, mentre Clara non osa seguirlo. Forse in un altro film una scena simile sarebbe passata, ma in Ossessione no, era più che una sciocchezza, era una cattiveria verso un’opera bella. Il pubblico rise, e aveva ragione di ridere.
Ma passato quel momento, non vi fu più tempo di scegliere, il film prendeva allo stomaco; quella storia disperata e dimessa, l’accanimento di quell’amore senza speranza, avido e dolente; e il delitto, l’ossessione d’averlo compiuto, il terrore animale di perdere il complice dell’amore e dell’uccisione, sono pagine violente. E’ cosi è bello il concorso di canto fra dilettanti (oh «tampa lirica» di via Bogino!) la minuziosa verità della festa domenicale nell’osteria padana, il pugno di Girotti all’amico, gli schiaffi di Girotti all’amante. E quanta stanchezza in quel peccato triste. Sogguardavo Lorenzini, ogni tanto, perchè m’interessavano più le sue reazioni che le mie. Ma egli seguiva la vicenda con la mia stessa fissità, e mormorava le sue pittoresche imprecazioni proprio nei punti in cui io, mentalmente, allineavo aggettivi competenti. Sì, può darsi che Luchino Visconti derivi dai registi francesi, ma come un grande romanziere deriva dal suo maestro di scuola.
Lo spettacolo durò più di due ore e mezza. Dopo il brutto, goffo pianto finale di Girotti, uscimmo. E la strada era affollata di gente, donne per la massima parte; ma nè Lorenzini nè io le guardavamo, nessuna meritava d’essere guardata da chi aveva visto Clara per centocinquanta minuti. Clara dimessa, sciatta, imbruttita; Clara che mangiava impugnando il cucchiaio, che si mostrava senza vergogna in un abituccio sempre uguale, in una sottoveste paesana. Clara che aveva rinunciato alla ricetta che l’ha resa celebre, uscendone singolarmente ingrandita. Clara che, mostrando il seno nella Cena delle beffe, era ancora oleografica; e qui, senza mostrar nulla di segreto, appariva tutta di carne, carne viva nel peccato e nel patimento; Clara tenuta un po’ in secondo piano da una regia banchettante con esagerato compiacimento sui muscoli di Girotti; ma che ha saputo farsi largo a gomitate, fino a campeggiare nel film, e a giustificarlo. Giustificarlo, perché, forse, con un’altra attrice, la vicenda sarebbe stata meno credibile, oltre che meno efficace.
Queste cose io raccontavo al mio amico e superiore Lorenzini Dino, perché la voglia di parlare era tanta; ma egli non seguiva i miei ragionamenti.
— Sta nott m’la insogni — disse d’un tratto.
E non un accenno all’appuntamento mancato.
Così noi, scalcinati militari di bassa forza, rendemmo a quel film, che farà gridare tutti i moralisti della penisola, un grande omaggio; perché, grazie a lui, tornammo alla nostra montagna casti come ne eravamo discesi; e le vie del Signore sono misteriose.
Adriano Baracco (Film 5 giugno 1943)

Vita difficile per Ossessione

26 giovedì nov 2009

Posted by teresa in Film

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Antonio Pietrangeli, Clara Calamai, Giuseppe De Santis, Il Processo di Maria Tarnowska, Luchino Visconti 1943, Massimo Girotti, Ossessione (1943)

Inserto pubblicitario

Locandina pubblicitaria 1943

Ossessione e dintorni sulla stampa cinematografica.
Gennaio 1943. Manca la pellicola…

Per sopperire alle presenti difficoltà nella produzione e consegna della pellicola vergine e per limitare, di conseguenza, il consumo del negativo e del positivo, oltre ad aver stabilito come massima quota produttiva quella di 80 film all’anno ed aver fissato il metraggio non superiore ai 2.400 metri, il Ministero della Cultura Popolare ha determinato quanto segue: 1) la stampa delle copie per l’interno è consentita nei limiti massimi: a) film di carattere politico o di eccezionale importanza 35 copie; b) film normali 24 copie; c) film di minore rilievo 15 copie; 2) il quantitativo di pellicola vergine sarà consegnato alle case produttrici dalla Ferrania; 3) i limiti massimi d’assegnazione per ciascun film sono: 35.000 metri di negativo per le scene, altrettanto per il sonoro e 50.000 metri di positivo; 4) per la pellicola occorrente alle operazioni di doppiato i limiti massimi d’assegnazione per ciascun film estero sono: 15 metri di negativo e 10.000 di positivo.

Progetti…

A Luchino Visconti verrà probabilmente affidata la regia di una nuova edizione cinematografica della Signora dalle camelie che la Lux intende produrre. Interpreti principali sarebbero Clara Calamai e Massimo Girotti.

Clara Calamai si prepara ad interpretare un altro film diretto da Luchino Visconti e ambientato a Venezia agli inizi del secolo. (Il film ambientato a Venezia è Morte a Venezia – Il processo di Maria Tarnowsky, soggetto di Antonio Pietrangeli e Luchino Visconti, depositato all’Ente Italiano per il diritto d’autore il 12 febbraio 1943 )

Febbraio 1943. Nozze…

L’attore Massimo Girotti, evitando la pubblicità, come suo costume, si è sposato giorni fa con una comune mortale. Questo conferma la sua serietà di uomo e di attore e la sua riservatezza privata e professionale. Questo giovane è uno dei pochi ad aver compresso che il cinema è una professione come le altre e che, sopratutto non esclude una famiglia ed una vita privata lontana dall’ambiente di lavoro. Congratulazioni ed auguri.

Il 22 febbraio si è sposato a Venezia il nostro amico Giuseppe De Santis. Cinema e i lettori che seguono con crescente interesse la rubrica da lui tenuta, inviano, anche alla moglie Giovanna Valeri, gli auguri più vivi.

Aprile 1943. La prima del film a Roma…

Marzo 1943. Per iniziativa del Museo del Cinema, di cui è patrocinatrice la rivista Cinema diretta da Vittorio Mussolini, e sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare si inizieranno a Roma, verso la fine del corrente mese, alcune serate retrospettive dedicate a film inediti in Italia che saranno proiettati in lingua originale per un ristretto numero di critici e personalità del mondo cinematografico. Durante tali riunioni verranno invitati a partecipare, commentando i film visionati, i maggiori registi e i più autorevoli critici italiani.

Domenica scorsa, nella sala cinematografica del Cim, in via XX settembre, è stato presentato il primo dei film scelti per un ciclo di proiezioni a carattere tecnico-culturale, riservato alle categorie professionali del cinema italiano.

Alla fine di questa rassegna fu presentato Ossessione.

Cattiverie…

Luchino Visconti dirige i film che James Cain scriverebbe se non temesse di vederli realizzati da Luchino Visconti.

Maggio 1943. Censura…

La proiezione del film Ossessione, che nella scorsa settimana si svolgeva contemporaneamente in due sale cinematografiche di Ferrara è stata sospesa per ragioni di censura.

Il verismo di Ossessione, e il mito di Luchino Visconti

30 martedì giu 2009

Posted by teresa in Film

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Clara Calamai, Jean Renoir, Luchino Visconti 1943, Massimo Girotti, Ossessione (1943)

Clara Calamai in Ossessione, Cine Magazzino 21 gennaio 1943

Clara Calamai in Ossessione, Cine Magazzino 21 gennaio 1943

Credo che mai fino ad oggi un film si sia svelato, scoperto (e, vorrei dire, denudato) tanto, unicamente traverso le fotografie di scena, quanto Ossessione. Quale forza di convincimento e di attrazione, se non di fascino, hanno queste fotografie prive d’ogni lenocinio! Ancor prima che il film si proietti, ci hanno mostrato e ci mostrano tutto: la crudezza della vicenda, la linearità delle sequenze, la spietata evidenza delle inquadrature, l’accanimento realistico del regista, il dilatato occhio dell’operatore, la dimessa e pur densa interpretazione degli attori, la schiettezza dei luoghi e degli ambienti. Tutto è disperatamente vivo, pregnante di significato: una luce, un gesto, uno sguardo, un atteggiamento, una parola, un sospiro, un suono, un oggetto. Si sente che la macchina da presa va a cercare i personaggi, li scopre e svela la vicenda come un mistero; si sente che ogni personaggio non potrebbe avere e seguire altro destino che non il proprio, che non potrebbe esigere angustiato in altra guisa.
Il soggetto è dei più semplici, ma non starò qui a raccontarlo. Dirò soltanto, e non saranno poche le meraviglie, che esso conta un omicidio premeditato ed una condanna a trent’anni di reclusione di colui (il protagonista) che non ne è direttamente colpevole, avendolo operato sotto la suggestione e l’influenza dell’amante, moglie del morto. E’ pur vero che alla fine, questa donna inconsciamente malefica, al momento di raggiungere l’agognata e combattuta felicità, muore; e muore in autentico accidente automobilistico, pari a quello con il quale aveva camuffato l’uccisione del marito. Quando il film si chiamava (all’inizio della lavorazione) Palude, ci fu chi lo scambiò come tratto dal dramma Paludi di Diego Fabbri: niente a che vedere. Ossessione, per contro, è titolo più proprio: essendo i due protagonisti, Giovanna e Gino (Clara Calamai e Massimo Girotti), come presi da un dèmone. Lei, fisicamente di lui, fin dal primo sguardo; lui schiavo di lei: moralmente, sentimentalmente. L’animalità della donna e la spiritualità dell’uomo.
Sensualmente torbida e greve è l’aria che si respira nel film. Pensate alla Calamai ed a Girotti nella più schietta loro espressione ed ai loro termini fisici, mentre le loro passioni si esprimono nel modo più elementare. Varrà meglio qui accennare a qualche sequenza.
— Seq. 74… Gino l’afferra (Giovanna) per un braccio, la ferma. Carrello rapido avanti sui due fino a P.P. mentre Giovanna si volta verso di lui… Giovanna lo bacia..Si baciano lungamente.
— Seq. 78… Giovanna in P.P. distesa sul letto lo guarda: « Quando l’hai capito che mi piacevi? »… Gino si siede sul letto accanto alla donna… — Seq. 83… Giovanna stringe a sé Gino con un braccio. Gino la bacia… — Seq. 99… Giovanna si avvicina a Gino e gli dice: « Dammi un bacio »… Carrello avanti sui due. Gino: « Sta attenta, può tornare ». Giovanna: « Tanto meglio! Non desidero altro ». Si baciano avidamente…
— Seq. 207… Gino con un’espressione cupa. Giovanna con un’aria di sfida dice: « Adesso baciami ». Gino e Giovanna si baciano con furore… Giovanna si stacca da Gino, che è rimasto smarrito con le spalle appoggiate, al muro… — Seq. 25?… Panoramica che accompagna Giovanna che rincula sino al letto e vi cade. Gino è subito addosso a lei. Carrello avanti sui due. Gino riesce a strapparle l’orologio di mano. Ma Giovanna ora l’abbraccia. Mentre si baciano… — Seq, 258 … con movimento legato si torna sui due amanti: come esausta dallo sforzo Giovanna giace supina e Gino steso accanto a lei. Il viso vicino al suo, la bocca vicina alla sua. Si baciano.
Ed ecco entrare in scena un’altra donna, Anita, (Dhia Cristiani), provveduta di tutt’altra attrazione fisica.
Seq, 317. Gino: « Di’ un po’… devi essere molto civetta tu… », Anita (f.c.): « Dipende con chi… Se qualcuno mi piace si »; Gino: «Allora ti piaccio.. » Seq. 342. Anita guarda Gino e crede di interpretare un suo pensiero. Sorridendo tra sé accenna a togliersi la camicetta…
— Seq. 376. Anita di fronte. Gino avanza verso di lei fino a raggiungerla in P.A. Le cinge il collo con un braccio, poi la bacia…— Seq. 378… poi, ancora una volta, si china a baciarla avidamente…
Per la Calamai Ossessione rappresenta certamente la migliore prova artistica ed umana: il personaggio di Giovanna non poteva avere altra pelle, altra carne, altro sangue; la sua bellezza, il suo fascino, i suoi sensi non sono adoperati, una buona volta, leziosamente o convenzionalmente. E Girotti non è più né bello né atleta: è un uomo, con tutte le miserie e i desideri e le pene.
Si dice che durante i mesi e mesi impiegati alla realizzazione del film, girato interamente nei luoghi ove in realtà si svolge (altro omaggio al vero) tra Romagna e Marche, tra Ferrara ed Ancona, tutt’i componenti della compagnia abbiano lavorato in una tensione pari a quella realisticamente descritta nel film stesso.
Che il regista Luchino Visconti abbia collaborato con Jean Renoir in anni trascorsi, anche a non saperlo salta fuori da ogni inquadratura; e con ciò riesce a dire la sua parola, ad essere più realista del re. Con lui si potrà parlare addirittura di un’ossessione del verismo. Né meno arrabbiati veristi sono, del resto, i suoi diretti collaboratori, raffinatissimi letterati e cineasti puri.
Non sarà mai troppo il dire che il cinema deve nutrirsi prima d’intelligenza e poi di fantasia.
F. C. (Film, 9 gennaio 1943)

Che Ossessione, prima di uscire sugli schermi, sia uno dei film più pubblicizzati della stagione 1942-1943 nessuno può metterlo in dubbio. Una ventina di articoli su riviste e quotidiani, più di 200 fotografie e 12 copertine (sicuramente saranno di più, parlo del mio archivio), senza contare le ricorrenti notizie che seguono la lavorazione fino ai più piccoli dettagli. Inoltre, la curiosità dei futuri spettatori non si limita agli attori. La sezione Capo di buona speranza, corrispondenza coi lettori della rivista Cinema nel fascicolo del 25 ottobre 1942, pubblica questa risposta a Gio. P. Gentile di Roma: “Per ottenere una fotografia istantanea di Luchino Visconti, non hai che rivolgerti a lui stesso”. Non mi risultano, all’epoca, richieste del genere nel caso di altri registi. Il mito Luchino Visconti incomincia e prendere quota.

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