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Tag Archives: Antonio Pietrangeli

Il processo di Maria Tarnowska una sceneggiatura inedita

30 mercoledì dic 2009

Posted by teresa in Notizie

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Antonio Pietrangeli, Guido Piovene, il cinema di Luchino Visconti, Il Processo di Maria Tarnowska, Isa Miranda, libri e dvd, Luchino Visconti 1942, Michelangelo Antonioni, Romy Schneider

Il processo di Maria Tarnowska una sceneggiatura inedita

Il processo di Maria Tarnowska una sceneggiatura inedita, Museo Nazionale del Cinema- Fondazione Maria Adriana Prolo, Il castoro 2006

A cura di Teresa Antolin e Alberto Barbera, con la collaborazione di Silvio Alovisio.

Il libro contiene la sceneggiatura inedita de Il processo di Maria Tarnowska, che Luchino Visconti scrisse nel corso del 1946 con Michelangelo Antonioni, Antonio Pietrangeli e Guido Piovene, da un soggetto del 1942, inedito anche questo, di Antonio Pietrangeli e Luchino Visconti. La protagonista del film, nel ruolo di Maria Tarnowska, doveva essere Isa Miranda.

Il volume è stato pubblicato nel 2006 dal Museo Nazionale del Cinema – Fondazione Maria Adriana Prolo, Il Castoro.
La sceneggiatura originale dattiloscritta, tuttora nel mio archivio, che avevo trovato sei anni prima da un libraio antiquario, l’ho messa gratuitamente a disposizione del Museo del Cinema – Fondazione Maria Adriana Prolo, per la pubblicazione in occasione del centenario di Luchino Visconti.

Il soggetto di Antonio Pietrangeli e Luchino Visconti è depositato nell’Archivio Antonio Pietrangeli – Museo dell’Immagine – Centro Cinema Città di Cesena, curato da Antonio Maraldi.

Il libro contiene, oltre al soggetto e la sceneggiatura; una introduzione di Alberto Barbera (Morte a Venezia); saggi di Teresa Antolin (La Contessa Maria Tarnowska e Luchino Visconti); Gianni Rondolino (Luchino Visconti e Maria Tarnowska); Veronica Pravadelli (Il processo di Maria Tarnowska: Scenari psichici e innovazioni formali); Antonio Maraldi (Antonio Pietrangeli e le versioni di Maria Tarnowska); e Carlo Montanaro (La Venezia di Visconti).
Fotografie e illustrazioni da gli Archivi di: Carlo Montanaro (Le anime criminali, 1914), Teresa Antolin (La Domenica del Corriere, L’Illustrazione Italiana, La Donna, Diana Karenne, Film d’Oggi, fotografia di Luchino Visconti fine anni ’50), Fondo Luchino Visconti Istituto Gramsci (copertina e sopralluoghi a Venezia di Romy Schneider e Luchino Visconti, anni ’60).

Approfitto di questa occasione per ringraziare: Antonio Maraldi, per aver messo a disposizione, non soltanto il soggetto del 1942, ma diversi documenti conservati nell’Archivio Antonio Pietrangeli, senza i quali non sarebbe stato possibile ricostruire le vicende legate al progetto Tarnowska del 1942-1946; i responsabili del Fondo Luchino Visconti presso l’Istituto Gramsci di Roma; Silvio Alovisio per l’amicizia, e Alberto Barbera, direttore del Museo Nazionale del Cinema – Fondazione Maria Adriana Prolo, per l’inestimabile contribuzione al buon esito del progetto; ed infine tutti i saggisti del volume per il loro contributo.

Un’ultima cosa: per quel che riguarda il progetto Schneider-Visconti-Tarnowska, anni ’60, in questo libro c’è soltanto un breve accenno e quattro fotografie, purtroppo, la scelta della copertina non era nelle mie “mansioni”, fu una scelta editoriale. A breve, in questo sito, un approfondimento sul progetto Tarnowska anni ’60.
Spero, con questo post, di riuscire a chiarire definitivamente alcuni malintesi pubblicati dalla stampa e nel web. Vi invito a leggere il libro.

Vita difficile per Ossessione

26 giovedì nov 2009

Posted by teresa in Film

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Antonio Pietrangeli, Clara Calamai, Giuseppe De Santis, Il Processo di Maria Tarnowska, Luchino Visconti 1943, Massimo Girotti, Ossessione (1943)

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Locandina pubblicitaria 1943

Ossessione e dintorni sulla stampa cinematografica.
Gennaio 1943. Manca la pellicola…

Per sopperire alle presenti difficoltà nella produzione e consegna della pellicola vergine e per limitare, di conseguenza, il consumo del negativo e del positivo, oltre ad aver stabilito come massima quota produttiva quella di 80 film all’anno ed aver fissato il metraggio non superiore ai 2.400 metri, il Ministero della Cultura Popolare ha determinato quanto segue: 1) la stampa delle copie per l’interno è consentita nei limiti massimi: a) film di carattere politico o di eccezionale importanza 35 copie; b) film normali 24 copie; c) film di minore rilievo 15 copie; 2) il quantitativo di pellicola vergine sarà consegnato alle case produttrici dalla Ferrania; 3) i limiti massimi d’assegnazione per ciascun film sono: 35.000 metri di negativo per le scene, altrettanto per il sonoro e 50.000 metri di positivo; 4) per la pellicola occorrente alle operazioni di doppiato i limiti massimi d’assegnazione per ciascun film estero sono: 15 metri di negativo e 10.000 di positivo.

Progetti…

A Luchino Visconti verrà probabilmente affidata la regia di una nuova edizione cinematografica della Signora dalle camelie che la Lux intende produrre. Interpreti principali sarebbero Clara Calamai e Massimo Girotti.

Clara Calamai si prepara ad interpretare un altro film diretto da Luchino Visconti e ambientato a Venezia agli inizi del secolo. (Il film ambientato a Venezia è Morte a Venezia – Il processo di Maria Tarnowsky, soggetto di Antonio Pietrangeli e Luchino Visconti, depositato all’Ente Italiano per il diritto d’autore il 12 febbraio 1943 )

Febbraio 1943. Nozze…

L’attore Massimo Girotti, evitando la pubblicità, come suo costume, si è sposato giorni fa con una comune mortale. Questo conferma la sua serietà di uomo e di attore e la sua riservatezza privata e professionale. Questo giovane è uno dei pochi ad aver compresso che il cinema è una professione come le altre e che, sopratutto non esclude una famiglia ed una vita privata lontana dall’ambiente di lavoro. Congratulazioni ed auguri.

Il 22 febbraio si è sposato a Venezia il nostro amico Giuseppe De Santis. Cinema e i lettori che seguono con crescente interesse la rubrica da lui tenuta, inviano, anche alla moglie Giovanna Valeri, gli auguri più vivi.

Aprile 1943. La prima del film a Roma…

Marzo 1943. Per iniziativa del Museo del Cinema, di cui è patrocinatrice la rivista Cinema diretta da Vittorio Mussolini, e sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare si inizieranno a Roma, verso la fine del corrente mese, alcune serate retrospettive dedicate a film inediti in Italia che saranno proiettati in lingua originale per un ristretto numero di critici e personalità del mondo cinematografico. Durante tali riunioni verranno invitati a partecipare, commentando i film visionati, i maggiori registi e i più autorevoli critici italiani.

Domenica scorsa, nella sala cinematografica del Cim, in via XX settembre, è stato presentato il primo dei film scelti per un ciclo di proiezioni a carattere tecnico-culturale, riservato alle categorie professionali del cinema italiano.

Alla fine di questa rassegna fu presentato Ossessione.

Cattiverie…

Luchino Visconti dirige i film che James Cain scriverebbe se non temesse di vederli realizzati da Luchino Visconti.

Maggio 1943. Censura…

La proiezione del film Ossessione, che nella scorsa settimana si svolgeva contemporaneamente in due sale cinematografiche di Ferrara è stata sospesa per ragioni di censura.

Verso un cinema italiano, mentre si gira Ossessione

07 martedì apr 2009

Posted by teresa in Film

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Antonio Pietrangeli, Luchino Visconti 1942, Ossessione (1943)

Massimo Girotti in Ossessione, Cinemagazzino 10 settembre 1942

Massimo Girotti in Ossessione, Cinemagazzino 10 settembre 1942

«Un altro tentativo di grandi proporzioni, e nel quale pure sarà messa finalmente alla prova la vocazione degli italiani all’espressione cinematografica, è costituita dal film Ossessione. Luchino Visconti, coadiuvato da una serie di giovani tecnici e realizzatori veramente scelti, ne è il regista: e, per di più, regista al suo primo film. La vitalità realistica, almeno quella rivelata dalle intenzioni in sede di previsione e dai primi documenti fotografici, e già interamente consegnata ai contenuti. Avremo lo sfondo di un paesaggio nostro, profondamente e umanamente indagato, quasi scavato. E su questo sfondo, tutta la vita e le cose vere che lo ombreggiano con la loro irrimediabile e patetica presenza: ritroveremo il sapore acre e polveroso delle nostre strade, le autocisterne e i camion che graffiano il suolo italiano, dove un distributore di benzina può essere un orizzonte e una meta per tanta gente, e un’osteria fuori mano, una bettola, una birreria, contenere l’inferno e il paradiso, il limbo del nostro popolo per il quale il male inevitabile vive come vittima e sostegno del bene. Venditori ambulanti e meccanici, dopolavoristi e commessi di trattoria, daranno la vita naturale alle scomposte e innocenti esuberanze popolari, alle generosità improvvise e inestimabili del popolo, agli impulsi ossessivi dei violenti amori proletari, dei furori semplici e dei disastri della carne. Così nelle fiere e nelle terze classi dei nostri treni, sulle strade o nelle povere stanze, le oscure vicende di Gino parleranno un po’ più sinceramente al cuore della gente che in questo film potrà ritrovarsi, riconoscersi. Creature di squisita natura umana, i cui tratti palpitano con un’accesa e dolorosa verità, creature come quelle che in Ossessione hanno vita, immagine e riflesso, non potrebbero certo muoversi a loro agio, e scampare da una disastrosa retorica, se la loro agitazione finisse con ombreggiare impalcature incalcinate o dipinte, di iuta o di vernice, dei teatri di posa, dove la falsità è sovente l’unica possibile ragione di una immaginazione polemica e a corto di altre passioni più onorevoli. Creature semplici e senza colpa, anche nell’alone fosco del male della passione, del tradimento, del delitto, avvolti in una pietà che li protegge dall’alto, con una moralità spontanea, con una giustizia elementare, esse sono collocate nel loro ambiente originario e reale : tra gli alberi veri, o nell’erba o sulle strade o per le campagne o nelle zone accidentate e tormentate delle periferie cittadine, dove ogni sasso, ogni angolo sbreccato, ogni sentiero, ogni cortile, ogni selciato, narra, nell’usura della sua fisionomia, tutta la lunga storia del quotidiano rovello degli uomini.
Va subito detto come una simile compagnia di elementi duri e reali rimane tutta da vincere e da piegare per ricondurla alla sua condizione espressiva senza che il minimo sospetto di una retorica qualsiasi, che può consistere anche in uno sfogo inconfessato di eloquenza visiva o di polemica sociale (vizio nel quale cadono molto spesso anche i migliori film francesi) la sfiori. Ma l’impegno dichiarato dei realizzatori di questo film è proprio qui: ritrarre e esprimere tutto l’essenziale e solo l’essenziale, lasciando che le cose parlino da sé e che il loro significato si consegni intatto, e dunque reale, alla nostra visione.
E’ a da qui, è solo da siffatte intenzioni, anche al di fuori dei risultati prevedibili, che può prendere le mosse un rinnovamento sociale del nostro cinema, compito che ci siamo assegnati quasi come una missione.»
Antonio Pietrangeli (Verso un cinema italiano, Bianco e Nero, agosto 1942)

Clara Calamai in Ossessione, Cinemagazzino 3 settembre 1942

Clara Calamai in Ossessione, Cinemagazzino 3 settembre 1942

«Sino a questo momento, il senso della verità umana è stato assai lontano dalla sensibilità dei nostri cineasti: solo un regista nuovo, non contaminato dalle convenzioni dell’usuale mestiere, poteva affrontare temi così ardui. Occorreva, prima di tutto un gusto, una intelligenza: e audacia e novità di intenti; e preparazione raffinata. Da intenzioni di questo genere nasce il film che Luchino Visconti sta girando nella bassa ferrarese: Ossessione. Una storia di cruda e aspra umanità: in uno scenario ancora selvaggio si agitano uomini rimasti al di qua di ogni coscienza morale preda di passioni torbide e convulse. E invano il fondo più riposto della loro anima tenta una conciliata di ordine e chiarezza: la forza elementare che è nel sangue non meno che nella natura non ancora domata dalle opere dell’uomo li risospinge in fondo al gorgo. Come le sabbie e il fango di una savana tropicale è l’istinto di questi uomini; non vale il loro disperato dibattersi; la morsa insidiosa del male li stringe e li travolge.
Non il garbo fittizio convenzionale dell’usata rettorica cinematografica in questo film che ci consentirà di vedere sui nostri schermi una figura di attore che solo l’intelligenza di uno spirito aperto e non irretito da pregiudizi poteva mettere in risalto nel suo più autentico valore: Massimo Girotti, sino a questo momento rinchiuso nell’aridità di un ruolo convenzionale. Ossessione segnerà la sua liberazione dagli schemi usati e la realizzazione dì un autentico personaggio. E sarà l’apparizione di una figura non consueta nei nostri film: un attore autentico che vive una vicenda drammatica in tutta la sua consistenza fisica e morale.
Accanto a Massimo Girotti vedremo Clara Calamai: altra attrice di cui una regia avveduta potrà mostrarne l’intero volto artistico, che non si esaurisce in un ruolo convenzionale come sinora è accaduto. La sua bellezza avrà nella vicenda funzione tragica: e apparirà perturbatrce e umana fra le passioni che si scatenano attorno a lei.
Il terzo interprete è Juan De Landa, la cui maschera potente è come l’esteriore riflesso di un’umanità elementare e bonaria.
Affiancano i tre protagonisti alcuni giovani attori dei quali forse per la prima volta si riveleranno le non comuni capacità artistiche: Dhia Cristiani, Elio Marcuzzo, Vittorio Duse e Michele Riccardini.
E’ effettivamente un avvenimento non dimenticabile quello che si prepara agli spettatori italiani nel lavoro ancora fervente tra il Teatro Comunale di Ferrara (dove vengono girati gli interni) e le zone alla periferia della città dove si girano gli esterni. Un film che rimarrà nel ricordo di quanti lo vedranno come qualcosa di effettivamente “nuovo”: opera di uomini nuovi e di un gusto interamente originale.
Visconti è stato in Francia aiuto di Renoir: e non si può dire tanto che sia una scuola per lui, questa esperienza quanto una applicazione pratica di quel gusto e di quelle tendenze artistiche che anni di non improvvisata cultura avevano maturato in lui. L’incontro di due temperamenti affini in un’opera comune, è stata la collaborazione di Luchino Visconti a più di un film di Renoir. e la premessa ad un’attività interamente personale: capace di rinnovare in maniera definitiva il chiuso ambiente della cinematografia italiana.
Non più i salotti Novecento, i telefoni bianchi e divani imbottiti, si vedranno in questo film: ma case tristi di uomini poveri sulle acque ferme della palude; e osterie di campagna; e porti di mare. In mezzo a cui uomini vivi si muoveranno e donne dotate di una carne e di un’anima. Mentre un paesaggio tragico e desolato sarà direttamente partecipe delle passioni che si scatenano tra i protagonisti del dramma.
Il quale è stato elaborato in una sceneggiatura accuratissima dallo stesso Visconti in collaborazione con degli scrittori particolarmente orientati, per i loro gusti e le loro preferenze, verso le opere dense di contenuto umano: Gianni Puccini, la cui competenza è ben nota a quanti si occupano di cinematografo; Mario Alicata, critico di letteratura ed arte; Giuseppe De Santis, narratore.
Non anticipiamo ai nostri lettori il contenuto del film con un giuoco di cui si conosce già il meccanismo, una favola conosciuta è a volte meno interessante di quelli che riserbano delle sorprese.
Ma vedremo presto nelle sale cinematografiche, spettatori fermi e intenti a seguire con ansiosa attenzione le vicende di questo film che, per essere un film vero, umano, e per nascere da autentiche e spregiudicate intenzioni d’arte, meriterà la qualifica di autentico film “italiano”.»
Antonio Foliero (cinemagazzino, 20 agosto 1942)

Si gira Ossessione: Analisi spettrale del film realistico

03 venerdì apr 2009

Posted by teresa in Film

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Antonio Pietrangeli, Luchino Visconti 1942, Ossessione (1943)

La pagina della rivista Cinema, 25 luglio 1943

La pagina della rivista Cinema, 25 luglio 1943

In arte non c’è rinnovamento se non c’è realismo, si potrebbe dire, parodiando e capovolgendo un detto celebre. E realistica appare, a chiunque la consideri dappresso la più ricca vena di ogni narrativa italiana. Sembra che questa tendenza, i cui quarti di nobiltà risalgono al grande genio bonario di Alessandro Manzoni, nasca naturalmente di particolari spiccate attitudini nostre: la sagacia dell’osservazione e l’ amore per la concretezza; due qualità che ponendo il freno dell’arte alla fantasia ne portano i prodotti sul piano dell’arte.
Nella narrativa contemporanea che è il cinematografo — e non occorre avvalorare la tesi col ricordo di Edoardo dei Faux monnayeurs che diceva che il cinema ha liberato la letteratura dall’obbligo di descrivere — la legge che un po’ troppo perentoriamente forse abbiamo affermato e che naturalmente meriterebbe una più ampia dimostrazione, impossibile in questa sede, trova la più piena conferma e celebrazione.
Il fatto stesso che alla base della creazione del film sia un processo fotografico, lega strettamente la nuova arte alla realtà: non da oggi sappiamo che il film fantastico di Georges Méliès a LA CORONA DI FERRO sul piano dell’arte non può allignare; l’ unico che nella storia del cinema si ricordi come un grande successo e come un’ autentica opera d’arte IL LADRO DI BAGDAD, ma dubitiamo che una seconda visione del film confermerebbe questa vecchia impressione e sospettiamo piuttosto che quel film del ’24 sia tanto piaciuto proprio per quelle famose «truccherie» che sono rimaste nella memoria di tutti. Ma, assieme al ricordo della celebratissima scena del tappeto volante, c’è ancora forse più vivo e pungente quello del corpo di Anna May Wong giovinetta, ondeggiante come un giunco sotto la minaccia del pugnale di Douglas: pezzo di realtà formidabile. E come dimenticare la scena degli otri che prendeva quel sapore di fantasia, coerente allo stile del film proprio accentuando dati della realtà? Ma, a proposito di questa scena, s’è già detto che essa deriva da certa cantina di CABIRIA, dove i mazzi degli agli e gli stoccafissi appesi si ricordano con più piacere che non le didascalie di d’ Annunzio.
E, ai tempi di CABIRIA, già Nino Martoglio dava con SPERDUTI NEL BUIO la descrizione degli ambienti sordidi dei «bassi» napoletani, con una amore per le scrostature, pei segni sui muri, per gli acciottolati, per i capelli neri grassi e untosi, per le cotonine dei vestiti, che anticipava il realismo, più evoluto di mezzi, dei film russi o francesi. Del resto, quello che tutti dobbiamo al cinema americano è il ricordo delle fattorie di Ridolini, di certe autorimesse della banda gloriosa di Mak Sennet e quella viva conoscenza delle rocce, delle praterie, delle vegetazioni, dei cavalli dei western, fino ai documenti umani di ALLELUIA, di NOSTRO PANE QUOTIDIANO o de LA FOLLA. Nel film francese, fuori di quella produzione provinciale e anticinematografica a base di letteratura deteriore, che può essere rappresentata dalla cricca Pagnol-Raimu-Fernandel, spasso domenicale della provincia più borghese del mondo qual’ è la provincia francese, e al di fuori dei residuati dell’avanguardismo, per lo più finiti in un’ attività sfiduciatamente commercialistica, non ci sono che i grandi nomi di Clair, di Carné e, sopratutto, di Renoir: tre grandi veristi. Né deve stupire la considerazione di René Clair come di un realista, perché le sue migliori realizzazioni sono su questo piano, di un realismo di particolari che costituisce la parte migliore della sua opera (cfr. il mio saggio «Retrospettiva» su Bianco e Nero, VI, 4) quelli che più e meglio hanno creato dei mondi sono Carné e Renoir, uno con un impeto un po’ più scomposto e l’altro con il raggiungimento di una forma classicamente perfetta.

La pagina della rivista Cinema, 10 agosto 1942

La pagina della rivista Cinema, 10 agosto 1942

Costituisce dunque un motivo di piena e convinta soddisfazione il fatto che un nuovo elemento della nostra cinematografia, Luchino Visconti, che è stato aiuto e collaboratore di Jean Renoir, si accinga a darci col suo primo film, OSSESSIONE, un’ opera le cui radici sotterranee e i cui motivi più profondi originano e traggono linfa da quest’ humus fecondo. OSSESSIONE sarà un film in cui non si vedranno educande, non principi consorti, non milionari affetti dal tedium vitae: ma tutta un’ umanità spoglia, scarna, avida, sensuale e accanita — fatta così dalla quotidiana lotta per l’ esistenza e per la soddisfazione di istinti irrefrenabili; un’ umanità che scatta a molla nell’azione, senza il mediato correttivo del pensiero, ma con quella spinta irruenta per cui desiderare e prendere costituiscono un unico atto spontaneo al di qua del bene e del male.
Per questa loro istintiva animalità, per il nascere dei loro atti in questi remoti e incontrollati recessi della coscienza, i protagonisti del film — cui danno volto Massimo Girotti, Clara Calamai e Juan De Landa — appaiono dei puri di cuore, degli incolpevoli, delle vittime anche nello spiegarsi della passione, del tradimento, del delitto. Una moralità più alta gli avvolge, nel film, di umana simpatia e di pietosa comprensione, mostrando come neppure la torbidità degli eventi appanni il cristallo immacolato di quelle coscienze elementari.
Là dove è in opera un microscopio psichico capace di cogliere il minuto riflesso dei movimenti dell’animo più reconditi, non può aver luogo l’ espressione stereotipata e voluta, ma la smorfia fuggevole, il tic, il riflesso incontrollato, e ogni tratto di un viso diventa segno rivelatore di segreti e di misteri come le linee della mano. Creature umane, i cui tratti palpitano con così dolorosa verità, non saprebbero muoversi nelle impalcature dipinte dei teatri di posa, ma tra alberi veri, nell’erba, nella campagna, nei prati, tra gli elementi naturali, o nelle zone accidentate e spezzate della periferia cittadina dove ogni sasso, ogni angolo sbreccato, ogni viottolo, ogni cortile narra, nell’usura della sua fisionomia originaria, tutta la lunga storia del quotidiano rovello degli uomini.
Intendimenti simili non si scelgono come una cravatta nell’armadio, ma testimoniano di una piena maturità di coscienza e sono, in sostanza, più che una promessa, già un punto di arrivo. Ed è per questo che il film va senz’altro considerato con un metro diverso dalla produzione corrente e commerciale: come un film d’ arte.
Antonio Pietrangeli (Cinema, 25 luglio 1942)

Antonio Pietrangeli, che diventerà uno dei collaboratori abituali di Visconti fino ai primi anni ’50, era sul set di Ossessione come incaricato dell’ufficio stampa, e sostituì brevemente Giuseppe De Santis come aiuto regista del film. Secondo De Santis, Visconti apprezzò molto il lavoro del giovanissimo Pietrangeli, al punto che, non volendo mandarlo via, lo fece rimanere come secondo aiuto regista.
Interessante riportare le didascalie cha accompagnano l’articolo sulla rivista Cinema (vedi immagine sopra). La prima in alto dice “Ossessione è un’opera in cui si vedrà un’umanità spoglia, scarna, avida, accanita. Ecco due protagonisti: Girotti e De Landa in una scena del film (foto Civirani)”; a sinistra, in basso: “Elio Marcuzzo, altra figura di primo piano, che nel film Ossessione vedremo in una parte rispondente al suo temperamento”; a destra, in basso: “Clara Calamai, nella parte di una vittima che resta quasi incolpevole, anche nello spiegarsi della passione, del tradimento, del delitto”.

La seconda immagine corrisponde al numero seguente della rivista Cinema del 10 agosto 1942, ed è la prima immagine pubblicata di Luchino Visconti alla macchina da presa. La didascalia dice così: “L’inquadratura dev’essere una delle preoccupazioni maggiori del regista. Luchino Visconti s’interessa del taglio di una scena per il suo film Ossessione (foto Civirani)”.

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