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Il Matrimonio di Figaro gennaio 1946

23 martedì ago 2011

Posted by teresa in Teatro

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Il matrimonio di Figaro 1946, Luchino Visconti 1946

matrimonio di Figaro

Scena di Veniero Colassanti

Roma, gennaio 1946. La Folle journée ou le Mariage de Figaro ovverosia il Matrimonio di Figaro, concordemente ritenuto il capolavoro di Beaumarchais, è andato in scena al Teatro Quirino di Roma il 19 gennaio. Interpretato da Vittorio De Sica, Nino Besozzi, Vivi Gioi, Jone Morino, Maria Mercader oltre a una gagliarda schiera di giovani, lo spettacolo ricchissimo e curatissimo ha avuto un eccellente successo ma è stato discusso forse anche eccessivamente dalla critica. Noi ci limitiamo a citare un couplet garbatamente umoristico, improvvisato in un locale notturno dopo lo spettacolo (il teatro è vivo, signori!) e che ha divertito prima di tutti il prestigioso regista Luchino Visconti. Tre giovani attori ed esttamente Bonucci, Caprioli e Salce, saliti sul palcoscenico, dove s’incrociavano fiere discussioni fra critici, attori e pubblico, hanno piacevolmente cantato:

Al Quirino Follie Beaumarchais
Con De Sica, la Gioi, Marcader
E Besozzi. Cantiamo così:
Oi Luchì… oi Luchì!… oi Luchì!!!

Teatro del Globo – Le Follie Beaumarchais

matrimonio di figaro

il matrimonio di figaro, programma del Teatro Quirino 1946

In mancanza di autori creativi, il teatro italiano ha i registi creativi. Quei registi alla Tairof, i quali, impadronitisi con la forza di un testo drammatico (in generale, hanno l’accorgimento di scegliere opere di autori defunti o residenti a rassicurante distanza) ne fanno, con chirurgica disinvoltura, strame spettacolare per le loro più audaci ambizioni espressive. In siffatti casi, quello che importa è il risultato: se, cioè, quanto viene realizzato sullo stravolto palcoscenico, giustifichi gli arbitri e le manomissioni. Lungi da ogni conservatorismo, infatti, noi poniamo unicamente la questione della legittimità artistica e non di quella storico-tradizionalista. Ora, Luchino Visconti, manomettendo «Il matrimonio di Figaro» con intenzioni da «divertissement» e da interpretazione plastico-danzante, ossia precipuamente da balletto, non è riuscito, dopo la disintegrazione del testo, a plasmare, con i relitti di Beaumarchais e con le proprie sovrastrutture, uno spettacolo di definito stile e di limpida impostazione, e quindi il suo sconvolgitore intervento è apparso del tutto ingiustificato.

Il riconoscimento dei propri limiti non implica in alcun modo diminuzione, e noi abbiamo ripetutamente attestato la nostra stima per le alte, incisive qualità di regista di Luchino Visconti. Ma appare ormai chiaro, dopo la sua «Antigone» e dopo il suo «Matrimonio di Figaro», che a lui non si addice l’evasione dal temi morbosi, esulceratamente introspettivi e sensazionalisticamente enunciati. Dinanzi a opere che richiedono altro impegno ed altra impostazione, Visconti rimane estraneo, distaccato e, per risolvere, si affida unicamente ad una soluzione spettacolare: di stile, come per «Antigone», di forza, come per «Il matrimonio di Figaro».

Ed ecco l’immortale grazia e i fremiti anticipatori dell’orologiaio – musicista – cortigiano-rivoluzionario-trafficante ed agente giacobino Pierre Augustin Caron De Beaumarchais farsi pretesto per una congestionata successione di leziosità preziose, di esibizionismi coreografici, di destrezze luministiche, di volteggi e ghirigori verbali, plastici e canori, di recitazione ora caricaturale, ora virtuosistica, ora di pretesa nudità umana, di compromessi tra una serie di allettamenti visivi tali da incendiare le fantasie dei borghesi e, più giù, dei borsari neri, e di tardivi, inattesi moniti di Apocalisse. In questo marasma da maharagià, circolavano, su di una scena eretta a castello di fragola e panna montata, preziose e inusitate dovizie di apporti d’intelligenza, di fantasia e di buon gusto, ma affondavano nelle stratificazioni di marzapane e finivano nel sottofondo della rivista, sì che alla fine, dopo le chitarrate di De Sica, i clairiani girotondi dei personaggi e le sfilate «a passerella», c’era da attendersi l’irruzione in palcoscenico, più che di quattro gelidi teschi robespierriani, dell’irrisivo ghigno di Totò.

Degli attori (Vivi Gioi, De Sica, Besozzi, Lia Zoppelli, Pierfederici), altro non si può dire che hanno seguito il regista con tutto il loro slancio e la loro dedizione, subendone gli oscillamenti, i consapevoli errori, le molteplici, inconciliabili ambizioni.

Il pubblico ha applaudito ripetutamente questo spettacolo che è costato parecchio. Ma in questi tempi di follia, per completare il panorama, erano forse .indispensabili anche le «Follie Beaumarchais».

Vinicio Marinucci (Cinelandia)

Un gesto da re

06 lunedì giu 2011

Posted by teresa in Biografia, Teatro

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il teatro di Luchino Visconti, Luchino Visconti 1947, Rina Morelli

Rina Morelli e Luchino Visconti

Le prove della compagnia di Luchino Visconti 1946: Rina Morelli e Luchino

Roma, maggio 1947. Discendente da una famiglia che ha battuto moneta, il regista Luchino Visconti ha nel sangue la despotica magnificenza dei regnanti; e con despotica magnificenza ha diretto la propria compagnia imponendo a tutti la sua volontà, i suoi capricci e sopratutto l’esigenza di una meticolosa e dispendiosa ricostruzione scenica. Per recitare una commedia Rina Morelli aveva bisogno di un anello e poiché nessuno di quelli posseduti dall’attrice sembrò adatto a Luchino, egli stesso gliene portò uno appartenente da secoli alla sua famiglia: una magnifica rosa di brillanti valutata quasi due milioni. Dopo le recite la Morelli, premurosamente modesta come sempre, fece per restituire la preziosa gemma; ma Visconti con l’altera munificenza che ai suoi tempi poteva avere Gian Galeazzo le disse: Cara Rina, i Visconti non riprendono mai quello che hanno dato. Lo tenga. E’ suo. La Morelli volle insistere, e Luchino aggiunse: Forse non le piace perchè le pietre sono tagliate all’antica? Lo può portare dal mio gioielliere che le rifilerà secondo il gusto moderno. Resteranno sempre belle, anche se un po’ più piccole. Luchino è conte, ma il suo non è forse un gesto da re?

Parenti terribili, di Jean Cocteau – Teatro Eliseo 30 gennaio 1945

28 mercoledì gen 2009

Posted by teresa in Teatro

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Andreina Pagnani, il teatro di Luchino Visconti, Jean Cocteau, Luchino Visconti 1945, Parenti terribili 1945, Riccardo Gualino, Rina Morelli, Teatro Eliseo

Parenti terribili Atto III. Da sinistra a destra: Morelli, Cervi, Pagnani, Pierfederici, Braccini (foto Barzacchi)

Parenti terribili Atto III. Da sinistra a destra: Morelli, Cervi, Pagnani, Pierfederici, Braccini (foto Barzacchi)

Parenti terribili
Commedia in 3 atti di Jean Cocteau
Versione italiana di Rinaldo Ricci
Personaggi, intepreti: Yvonne (Andreina Pagnani); Leonia (Lola Braccini); Maddalena (Rina Morelli); Giorgio (Gino Cervi); Michele (Antonio Pierfederici)
Regia di Luchino Visconti
A Parigi, ai giorni nostri – Atto I e III: Camera d’Yvonne; Atto II: Appartamento di Maddalena
Le stanze saranno quelle di una famiglia in disordine e di Maddalena (il contrario). Un solo dettaglio obbligatorio: le scene, assai realistiche, saranno costruite solidamente affinchè le porte possano sbattere. Leo (Leonia) ripete spesso: “E’ la casa delle porte che sbattono”.
Prima rappresentazione al Theatre des Ambassadeurs, Parigi 14 novembre 1938
Teatro Eliseo, Roma, dal 30 gennaio al 19 marzo 1945.

La produzione
Abbandonate le rare e sparse voci del vecchio organismo teatrale, la nostra speranza s’è puntata verso le promesse del Teatro Eliseo con la nuova Società del Teatro di Roma, creata da Riccardo Gualino. Il quale ha un titolo memorabile in quel suo Teatro di Torino che visse tra il ’25 e il ’30 e in esecuzioni esemplari ci fece conoscere molta produzione italiana e straniera, di prosa e di musica, che per ragioni varie avrebbe allora difficilmente potuto raggiungere i nostri palcoscenici.
L’impresa di individuare in una grande congerie un repertorio interessante era in quel tempo meno ardua che oggi, in quanto per l’Europa vigoreggiavano ancora teatri d’ogni sorta, ricchi di tentativi più varii, favoriti dall’ultima ondata della curiosità pubblica verso il nuovo è l’eccezionale: tutt’insieme, una folta e diversa fioritura in cui il gusto di Gualino aveva avuto modo di scegliere. Oggi non c’è più verso queste con fiducia e desiderio, non c’è più che diffidenza.
Perchè il nuovo pubblico è in parte non piccola fatto di gente che non era mai andata al teatro e la cui cultura letteraria non oltrepassa i romanzi gialli. Quanto ai vecchi ricchi, essi fanno ormai una classe unica, la quale non pensa altro che alla propria speranza di sopravvivere a tutto quanto deve accadere con stoltissima speranza.
Ma Gualino, che ha esordito con coraggio, se nel coraggio dura, non sarà vinto dalla difficoltà.
Massimo Bontempelli (Maschere – Roma, 30 gennaio 1945)

La critica (1)
Terribili parenti di Jean Cocteau all’Eliseo
Un grande pubblico, una stupenda interpretazione, un entusiastico successo. Il dramma di Jean Cocteau meriterebbe un esame approfondito per il suo valore artistico e per il suo valore morale negativo, ma lo spazio, più che mai tiranno, non ce lo consente.
E’ interessante rilevare come un cattolico militante quale è questo scrittore francese d’avanguardia, sia giunto alla presentazione di un dramma assolutamente spregiudicato dal punto di vista dell’insegnamento etico, le cui conclusioni sembrano da lui accettate: e tutto può soltanto giustificarsi per il fatto che qui si tratta nell’insieme di un caso clinico e non soltanto di uno. Lo sforzo di tutti i disordinati, di questo dramma, degli esseri di pura immaginazione, irregolari ed anormali, fallisce di fronte all’ordine “borghese” che reclama i suoi diritti e si impone Leonia, zitella e innamorata tradita e fedele al suo sogno, bonaria e benefica, ma col suo intimo felino istinto di vendetta, personaggio passivo del dramma, governa invece il ”carrozzone”, ossia la famiglia della sorella (colei che le ha portato via il fidanzato) del cognato e del nipote, gli irregolari ed anormali. E’ lei che muove le fila di quella piccola tribù di disgraziati, ai quali finisce per imporre la sua regola, il suo ordine, persuadendo il cognato a rinunziare alla giovane amante che poi sarà la moglie del figlio, senza, però riuscire ad impedire il suicidio della sorella, povera vittima di tutti e di se stessa. Cosicchè dopo di avere con esasperata, tecnica analitica, sfiorato 1′incesto fra il sensuale e il sentimentale della madre col figlio (influenze freudiane evidenti) Cocteau getta l’amante del padre nelle braccia del figlio, situazione semi incestuosa anche questa, e fa respingere dal figlio e da. tutti concordemente l’unica soluzione veramente morale: la partenza del ragazzo nell’Indocina; evasione e guarigione insieme e questa sarebbe stata la vera morale “borghese”.
Ad ogni modo a noi preme sopratutto sottolineare non quello che è detto, ossia la espressione artistica, che è a tratti potente, e se nel primo atto l’analisi fosse stata contenuta in una maggiore sobrietà il dramma avrebbe raggiunto un tono più elevato nell’economia artistica, perfettamente equilibrata. L’interpretazione, come si e detto, guidata dalla regià di Luchino Visconti, è stata efficacissima. Le particolari fatiche (si tratta proprio di vera fatica) della Pagnani vanno elogiate, assai espressiva ed incisiva la Morelli, il Pierfederici ha felicemente superato ii suo esame di maturità d’attor giovane, pregevole la bravura della Braccini e come sempre plasticamente equilibrato il Cervi. Applausi a scena aperta, chiamate senza numero ad ogni fine d’atto, calorosisimi. Da oggi le repliche.
a.d.d. (La Voce Repubblicana – Roma, giovedì 1° febbraio 1945)

Notizie
Cronaca della città. Andreina Pagnani costretta a sospendere le recite. La signorina Andreina Pagnani, interprete della commedia I parenti terribili, che si recita all’Eliseo, è stata costretta a sospendere le recite che potrà riprendere soltanto fra due o tre giorni, in seguito ad un abbassamento di voce dovuto all’eccessiva fatica impostale dalla recitazione.
(Risorgimento Liberale – Roma, martedì 13 febbario 1945)

Il Giornale del Mattino, Roma 16 marzo 1945

Il Giornale del Mattino, Roma 16 marzo 1945

La critica (2)
Spettacoli a Roma
Ed eccoci al più grande successo della stagione, che è impossibile sia superato, e difficilissimo sia uguagliato, da altri: successo pieno e clamoroso, forse cinquanta chiamate in tre atti, senza uno screzio: al Teatro Eliseo, con Parenti terribili (cattiva traduzione dell’originale titolo Les parents terribles) di Jean Cocteau. Credo che il successo sia dovuto il novanta per cento alla stupenda esecuzione e il dieci per cento a qualità (di genere inferiore) del dramma. Il pubblico strabocchevole che il nome dell’autore aveva chiamato, non si maravigliò afatto nè si dolse di non trovare un Cocteau ch’esso non aveva mai conosciuto: non il Cocteau avanguardista, fumista, scanzonato, d’intelligenza tanto raffinata da arrivare per essa alla lirica; ma un Cocteau gareggiante, se non con Sardou, con Kistemaekers e con Bernstein. Perché ha fatto questo? Si possono offrire dello strano fenomeno due ragioni, scelga ognuno quella che più gli piace, Tra coloro che a un dipresso tra il 1890 e il 1910 avevano creato in tutta Europa quella che fu chiamata “letteratura di avanguardia”, cessati press’ a poco con l’altra guerra ogni ragione e ogni gusto avanguardista, si notarono tre atteggiamenti diversi. Alcuni in quella vampata bruciarono, e poi continuarono ad agitarsi in un perpetuo invasamento distruttivo senza riesaminare i risultati e le mutate necessità (per dare un esempio facile nostro: Marinetti); altri si spaventarono di quello che avevano fatto e s’affrettarono a tornar subito indietro, a qualche situazione superatissima (esempio: Soffici); i terzi, che furono i meno, traversato l’incendio ne uscirono con forze rinnovate e procedettero (esempio: Palazzeschi). A quale delle tre schiere si accosterebbe Cocteau con questo dramma? A prima vista si risponderebbe alla seconda: invece che a un vieto classicismo di scuola, come altri, egli avrebbe scelto un altrettanto vieto teatralismo drammatico. E’ partito da un freudismo già popolarizzato sulle scene da O’Neil, per innestarlo in un impianto teatrale romantico e postromantico. Questo ha fatto Cocteau con questo dramma; ma non si deve pensare che vi sia stato spinto da una grossolana e spaventata sincerità, come in quegli scrittori che ho messo nella seconda schiera. E’ più facile credere che egli, con animo da dilettante ingegnoso, abbia fatto una specie di scommessa con se medesimo: spariamo il colpo d’un tentativo sul gusto che sia il più lontano possibile da quello per cui l’Europa letteraria mi conobbe fino a ieri, tentiamo un successo teatrale grosso, da soddisfare non più un teatrino per raffinati, ma un teatrone da piazza. C’è riuscito, come s’è visto. Certo, con quel piglio e quei mezzi, egli non ha senz’altro messo insieme una imitazione di qualcuno di quegli autori che avevano raggiunto lo stesso scopo, come accadde per esempio a Niccodemi. Ma gli ingredienti ch’egli ha introdotti per dare un sapore nuovo alla vecchia costruzione (il detto pizzico di freudismo, dimenticato per strada e non ripreso che alla fine per concludere in qualche modo la vicenda, e qualche altra misteriosità campata alquanto in aria’ e non portata alle sue possibili conseguenze poetiche) non sono certo quelli che hanno fatto presa sul pubblico, il quale vi è scivolato sopra (come aveva fatto lo stesso autore) e non s’è buttato manifestamente che alla parte più materiale del grosso budino drammaturgico.
La favola è nota. Una madre quarantenne isterica (Yvonne) morbosamente attaccata, mediante un cordone umbelicale rinforzato infrangibile, al figlio di ventidue anni. Prima complicazione: questa madre ha una sorella (la zia Leo) ch’era stata fidanzata ed è tuttora innamorata di Giorgio ma lo ha ceduto alla sorella, e ora vive in famiglia come direttrice misteriosamente spirituale di tutti e tre, Yvonne, Giorgio, e il detto figlio (Michele). Seconda complicazione: il figlio ha una giovane amante (Maddalena) la quale ha un mantenitore cinquantenne che per prudenza le si è presentato sotto un falso nome, e con il danaro di costui sovviene il giovinetto Michele. Terza complicazione : questo cinquantenne, a insaputa di tutti, è proprio Giorgio, il padre del giovane. Ultima complicazione: dea ex machina (ma dal principio alla fine, non solamente nella soluzione finale) e motrice più o meno occulta di tutte le azioni dei suoi congiunti nonché della giovinetta Maddalena, risulta la zia Leo. In mano di un Ibsen questa zia sarebbe divenuta la vera protagonista del dramma rimanendone protagonista apparente qualcuno degli altri, come avviene in Spettri (con ben altro risultamento tragico) tra le persone di Osvaldo e della signora Alving. Il congegno degli esteriori eventi (sul quale esclusivamente, secondo il sistema del dramma popolare, si opera il trascinamento del pubblicone) non occorre raccontarlo.
Non si loderà mai abbastanza la precisa, gelosa, sagace regìa di Luchino Visconti, sia per la genialità dei due scenari a contrasto (quello complicato i. misterioso del primo e del terzo atto, in casa della bislacca famiglia, e quello nitido e riposato del secondo, in casa della fanciulla), sia per l’armonica impostazione dei movimenti, delle gradazioni di voci, di ogni particolare della interpretazione realizzante di tutto il lavoro. Come ho detto cominciando, è stato un vero trionfo, soprattutto delle due donne a contrapposto: la Pagnani e la Morelli. La Pagnani (Yvonne) si è prodigata oltre il verosimile in una parte tutta gridata, tutta esasperata: ci ha riportato al gusto di quelle grandi attrici drammatiche di cui si ricordano i più anziani, e che si credeva perduta; il pubblico non si stancava dall’acclamarla. E cosi la Morelli, la quale con una parte priva di ogni risorsa teatrale ci ha tutti soggiogati alla più incantata ammirazione per il suo intensissimo gioco, tutto intimo, contenuto, costretto, tessuto di silenzi e di immobilità. Gli altri le hanno ben secondate. Il giovanissimo Pierfederici ha superato vivacemente tutte le difficoltà d’una parte continuamente espansiva e tutta movimento; la Braccini ha posto un impegno sommo a chiarire l’ambiguo e l’inesplicato del personaggio larvale della zia Leo. Da troppi anni ho imparato ad ammirare le qualità di Cervi (Giorgio) per non dovermi permettere di segnalargli che la sua recitazione è stata troppo, vorrei dire, naturale per non stonare alquanto in quella sinfonia di esasperazioni; è doveroso riconoscere che gli era stato affidato il personaggio più ingrato e assurdo di tutto il dramma.
Massimo Bontempelli (Maschere – Roma, 15 febbraio 1945)

Luchino Visconti e la Compagnia del Teatro di Milano 1936-1938

22 giovedì gen 2009

Posted by teresa in Teatro

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Andreina Pagnani, il teatro di Luchino Visconti, Luchino Visconti 1936, Paolo Stoppa

Renato Cialente, Andreina Pagnani, Giuseppe Porelli, Il viaggio 1938

Renato Cialente, Andreina Pagnani, Giuseppe Porelli, Il viaggio 1938

Conobbi Luchino Visconti nel 1930 . Avevo allora 19 anni, suo padre, il duca Giuseppe, stava mettendo su una compagnia e, preferendo lanciare una giovane, scelse me appena uscita della filodrammatica. Luchino in quella compagnia faceva la messa in scena. La compagnia morì però dopo solo un anno. Io allora lo chiamai a lavorare con me, sempre per la messa in scena, in carità mondana dato dalla Stabile di Milano, eppoi per Il dolce Aloe e Il viaggio di Bernstein dove facevo coppia con Renato Cialente. Luchino, che aveva una passione grandissima per il teatro, lavorava gratis, en amitié. Portava anzi mobili e quadri da casa sua, Visconti aveva un gusto quasi maniacale per le cose ben fatte e se si metteva in testa che un certo oggetto, un certo mobile, una certa suppellettile dovevano essere in un tal modo non si dava pace fino a che non riusciva ad averli. Mi ricordo che per Il viaggio occorrevano delle sovraporte dorate; Luchino le voleva autentiche, ma autentiche non si potevano avere perché costavano troppo. Lui finse di rassegnarsi ma un giorno ce lo vedemmo arrivare in teatro con le quattro sovraporte dorate del ’700 autentiche. Le aveva comprate con i suoi soldi.
Andreina Pagnani (L’Europeo, 2 aprile 1976)
Nota: Il debutto di Andreina Pagnani nella compagnia del padre di Luchino è nella stagione 1928-1929 e,  piccola civetteria, Andreina Pagnani aveva qualche anno in più…

Milano, ottobre 1936
La Compagnia Drammatica italiana del Teatro di Milano. Questa Compagnia, dovuta alla iniziativa di una città nel suo fervore di opere e di lavoro sempre tenne in alto onore le arti e diede particolare impulso al teatro, svolgerà la propria attività in alcuni periodi dell’anno a Milano e negli altri nelle principali città d’Italia. La Compagnia ha un Consiglio d’amministrazione presieduto dal sen. De Capitani d’Arzago e di cui fanno parte Gino Rocca, commisario straordinario del Sindacato interprovinciale autori e scrittori, ed Enrico Cavacchioli, segretario del Sindacato autori drammatici della Lombardia e la Liguria. Dirige la nuova formazione Romano Calò, il quale ha intorno a sè una schiera di attori fra i più apprezzati della nostra scena di prosa, quali Andreina Pagnani, Tina Lattanzi, Olga Vittoria Gentilli, Luigi Cimara, Enzo Biliotti, Paolo Stoppa, Corrado Anicelli, Edoardo Toniolo, Mirella Pardo, Adele Mosso, ecc. Per speciali rappresentazioni sarà ospite della Compagnia l’illustre attrice Irma Gramatica. La direzione della Compagnia, affidata a Romano Calò, che da vari anni ha dato prova delle sue qualità direttoriali, è una garanzia di buon risultato.
(…)
La sera del 28 ottobre 1936, con Carità mondana, una spiritosa commedia satirica di Giannino Antona Traversi inizia le sue rappresentazioni la Compagnia del Teatro di Milano diretta da Romano Calò. La commedia ha già qualche anno ma è sempre fresca e diverte al pubblico con la parodia dei comitati di beneficenza e delle loro recite, che poi sono pretesti per incontri tra giovani signori e giovani signore. Gino Rocca ha preceduto lo spettacolo con un bel discorso e il Senatore Borletti ne pronunciò un altro. La sera del 5 novembre va in scena Il dolce aloe di Jay Mallory, commedia magra e mediocre che fu applaudita senza entusiasmo malgrado la bella interpretazione della Compagnia e specialmente di Andreina Pagnani. Il giorno 12 novembre Sabatino Lopez prima della rappresentazione degli Innamorati di Goldoni, fa un discorso che è applauditissimo. La commedia goldoniana è stata rappresentata con elegante, vivace e tipica comicità. Gli applausi furono molti.

Il viaggio di Henri Bernstein al Casino Municipale di San Remo, 4 marzo 1938.  (…) Difficile recitare le commedie, che non è ben chiaro dove consistano. Anche per questo si deve lodare la signora Pagnani, appoggiata al personaggio più vivo: i suoi toni, ora infiammati, ora gioiosi, ora teneri, sempre innamorati, i silenzi e gli sguardi assorti, hanno espresso tutto quello che si poteva. Ricca di grazia, di tristezza e di dolcezza la Pescatori. Renato Cialente, mi pare abbia  forse un po’ ecceduto nel mettere in valore la parte più esteriormente scherzosa , senza accentuare l’appoggio di una vita intima riconoscibile. Il Porelli, del resto bravissimo, in una parte assai complicata, ha sottolineato tanto più perdutamente, quanto più vivo era lo spasso del pubblico, il tono comico di Germano. Bene il Mottura nella parte di Riccardo. E del resto non si sa se senza queste grandi abilità di tutti, la commedia avrebbe raggiunto lo stesso successo di divertimento e di acuta attenzione che ha potuto ottenere.

Prove di Carità mondana, primo a sinistra il regista Renato Simoni

Prove di Carità mondana, primo a sinistra il regista Renato Simoni

Carità mondana 1936

Carità mondana 1936

Il dolce aloe 1936

Il dolce aloe 1936

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