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Archivi della categoria: Biografia

Le notti bianche di Maria Schell

07 sabato gen 2012

Posted by teresa in Biografia, Notizie

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Franco Cristaldi, Jean Marais, Le notti bianche 1957, Luchino Visconti 1956, Marcello Mastroianni, Maria Schell, Suso Cecchi D'Amico

Riprendiamo la ricerca di Luchino Visconti con questo post, che dovevo aver pubblicato qualche giorno fa perché è una notizia del 15 dicembre… del 1956.

Luchino Visconti a Maria Schell

Luchino Visconti a Maria Schell, Roma dicembre 1956

Maria Schell, che vediamo in compagnia di un sorridente Luchino Visconti, è arrivata a Roma pochi giorni prima, per interpretare il film Le notti bianche, tratto dal romanzo di Dostoievski.

Sarà questo il primo film che Visconti dirige dopo un’assenza di oltre due anni dai teatri di posa. Il cinema italiano attraversa un periodo di crisi ed è per questo che la sceneggiatrice Suso Cecchi D’Amico, l’attore Marcello Mastroianni, il produttore Franco Cristaldi, e Luchino Visconti, hanno fondato una casa di produzione: La Cinematografica Associati (Ci.As.), presidente Franco Cristaldi.

Il torinese Franco Cristaldi, nato nel 1924, ha fondato la Vides nel 1946 e ha prodotto dapprima una sessantina di documentari; quindi il lungometraggio La pattuglia sperduta di Piero Nelli, Camilla di Luciano Emmer, Il seduttore di Franco Rossi, Un eroe dei nostri tempi di Mario Monicelli, e Kean, debutto nella regia cinematografica di Vittorio Gassman (coadiuvato a Franco Rossi).

In Notti bianche, accanto alla Shell e Mastroianni, ritorna al cinema dopo cinque anni di assenza Clara Calamai, e ci sarà un piccolo ruolo (piccolo ma importante) per il francese Jean Marais. A differenza dei film realizzati finora da Visconti, sarà girato interamente in studio a Cinecittà, scenografie di Mario Chiari. Visconti vuole far recitare la Schell e Jean Marais in italiano. Inizio delle riprese: 15 gennaio 1957.

Il cinema antropomorfico

25 domenica set 2011

Posted by teresa in Biografia

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Luchino Visconti 1943

Questo articolo di Luchino Visconti, pubblicato nella rivista Cinema, fascicolo 173/174, 25 settembre-25 ottobre 1943, è stato riprodotto molte volte, ma è così fondamentale che non posso fare a meno di riprenderlo ancora una volta. 

CHE cosa mi ha portato ad una attività creativa nel cinema? (Attività creativa: opera di un uomo vivente in mezzo agli uomini. Con questo termine sia chiaro che mi guardo bene dall’intendere qualcosa che si riferisca soltanto al dominio dell’artista. Ogni lavoratore, vivendo, crea: sempre ch’egli possa vivere. Cioè: sempre che le condizioni della sua giornata siano libere e aperte; per l’artista come per l’artigiano e l’operaio).

Non il richiamo prepotente di una pretesa vocazione, concetto romantico lontano dalla nostra realtà attuale, termine astratto, coniato a comodo degli artisti per contrapporre il privilegio della loro attività a quella degli altri uomini. Poiché la vocazione non esiste ma esiste la coscienza della propria esperienza, lo sviluppo dialettico della vita di un uomo al contatto con gli altri uomini, penso che solo attraverso una sofferta esperienza, quotidianamente stimolata da un affettuoso e obbiettivo esame dei casi umani, si possa giungere alla specializzazione.

Ma giungere non vuol dire rinchiudervisi, rompendo ogni concreto legame sociale, come a molti artisti accade, al punto che la specializzazione finisce sovente col prestarsi a colpevoli evasioni dalla realtà, e in parole più crude: al trasformarsi in una vile astensione.

Non voglio dire che ogni lavoro non sia lavoro particolare e in un certo senso « mestiere ». Ma sarà valido solo se sarà il prodotto di molteplici testimonianze di vita, se sarà una manifestazione di vita. Il cinema mi ha attirato perché in esso confluiscono e si coordinano slanci e esigenze di molti, tesi per un lavoro complessivo migliore. E’ chiaro come la responsabilità umana del regista ne risulti straordinariamente intensa, ma, purché egli non sia corrotto da una decadentistica visione del mondo, proprio da essa verrà indirizzato sulla strada più giusta. Al cinema mi ha portato sopratutto l’impegno di raccontare storie di uomini vivi: di uomini vivi nelle cose, non le cose per se stesse. Il cinema che mi interessa è un cinema antropomorfico.

Di tutti i compiti che mi spettano come regista, quello che più mi appassiona è dunque il lavoro con gli attori; materiale umano con il quale si costruiscono questi uomini nuovi, che, chiamati a viverla, generano una nuova realtà, la realtà dell’arte. Poiché l’attore è prima di tutto un uomo. Possiede qualità umane-chiave. Su di esse cerco di basarmi, graduandole nella costruzione del personaggio: al punto che l’uomo-attore e l’uomo-personaggio vengano ad un certo punto ad essere uno solo. Fino ad oggi, il cinema italiano ha piuttosto subito gli attori, lasciandoli liberi di ingigantire i loro vizi e le loro vanità: mentre il problema vero è quello di servirsi di ciò che di concreto e di originario essi serbano nella loro natura.

Perciò importa fino ad un certo grado che attori cosiddetti professionali si presentino al regista deformati da una più o meno lunga esperienza personale che li definisce in formule schematiche, risultanti di solito più da sovrapposizioni artificiose che dalla loro intima umanità. Anche se molto spesso è una dura fatica, quella di ritrovare il nocciolo d’una personalità contraffatta è una fatica che tuttavia vale la pena di spendere: proprio perché al fondo una creatura umana, c’è sempre, liberabile e rieducabile.

Astraendo con violenza dagli schemi precedenti, da ogni ricordo di metodo e di scuola, si cerchi di portare l’attore a parlare finalmente una sua lingua istintiva. Si intende che la fatica non sarà sterile, solo se questa lingua esiste sia pure involuta e nascosta sotto cento veli: se esiste cioè un vero « temperamento ». Non escludo, naturalmente, che un « grande attore » nel senso della tecnica e dell’esperienza, possegga tali qualità primitive. Ma voglio dire che, spesso, attori meno illustri sul mercato, ma non per questo meno degni di attirare la nostra attenzione, ne posseggono altrettante. Per non parlare dei non-attori, che, oltre a recare il contributo affascinante della semplicità, spesso ne hanno di più autentiche e di più sane, proprio perché, come prodotti di ambienti non compromessi, sono spesso uomini migliori. L’importante è scoprirle e metterle a fuoco. Ecco dove è necessario intervenga quella capacità rabdomantica del regista, tanto nell’uno come nell’altro caso.

L’esperienza fatta mi ha sopratutto insegnato che il peso dell’essere umano, la sua presenza, è la sola « cosa » che veramente colmi il fotogramma; che l’ambiente è da lui creato, dalla sua vivente presenza, e che dalle passioni che lo agitano questo acquista verità e rilievo; mentre anche la sua momentanea assenza dal rettangolo luminoso ricondurrà ogni cosa ad un aspetto di non animata natura. Il più umile gesto dell’uomo, il suo passo, le sue esitazioni e i suoi impulsi da soli danno poesia e vibrazioni alle cose che li circondano e nelle quali si inquadrano. Ogni diversa soluzione del problema mi sembrerà sempre un attentato alla realtà così come essa si svolge davanti ai nostri occhi: fatta dagli uomini e da essi modificata continuamente.

Il discorso è appena accennato, nè un regista che ha potuto collaudare le proprie idee e intenzioni in un solo film può essere in grado di dire una parola definitiva. Ma accentrando il mio netto atteggiamento, vorrei concludere dicendo (come spesso amo ripetermi): potrei fare un film davanti a un muro, se sapessi ritrovare i dati della vera umanità degli uomini posti davanti al nudo elemento scenografico: ritrovarli e raccontarli.

Luchino Visconti

Luchino Visconti ideale romantico 1946

03 sabato set 2011

Posted by teresa in Biografia

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Luchino Visconti 1946

Roma, dicembre 1946I «sabati» dell’Arlecchino dovrebbero essere veri specchi della Verità, confessioni pubbliche assolutamente medioevali, ed invece si convertono in grandi giochi di prestigio. Ogni pittore assicura di essere pigro, ogni scrittore solitario: Amerigo Bartoli ha vinto il premio della resistenza e Luchino Visconti, che rappresenta l’ideale romantico della giovinezza romana, viene continuamente discusso e con solennità condannato; eppure lo adorano, per un fascino byroniano e goetheniano e in fondo — anche leggermente dannunziano. Adorano i suoi capelli spettinati, le sue camicie aperte sul collo, i suoi impermeabili spiegazzali, la sua lustra casa gremita di statuette inglesi e mori veneziani, la sua leggenda di fasto e di indifferenza. Lo adorano perché è un Visconti e perché è un comunista. Perché adatta testi classici alle prodezze dei funamboli ed introduce i Casavecchi in Delitto e Castigo e annuncia una Dama delle Camelie in collaborazione con Galdieri. e perché ha restituito provvisoriamente iridati incanti a Cocteau e perché rende accessibilissimo il melodramma inglese. Ma tanti motivi di un entusiasmo abbastanza esaltato da accostarsi alla venerazione dei « Jeune France » per Théophile Gautier, si uniscono, per i giovani intellettuali romani, ad un impegno di sprezzo e di diffidenza che sono anche loro istinto d’amore. Cosi gremiranno i teatri dove si rappresentano lavori diretti da Visconti (per la prima di Zoo di Vetro i biglietti furono esauriti tra le nove e le dieci del lunedì manina, spettacolo fissato per il venerdì sera): ma inevitabilmente ne diranno malissimo, rifacendosi, con assoluta approvazione, a qualcosa di precedente. Diranno ogni volta che di Luchino si aspettavano qualcosa di più: ed in un certo senso è vero, Visconti stesso è sempre talmente fitto, talmente in buona fede, talmente sanguigno da far sperare doni quasi inverosimili, strenne inevitabilmente inferiori all’attesa.

Irene Brin (Film Rivista, dicembre 1946)

Ripresa di Visconti

23 martedì ago 2011

Posted by teresa in Biografia, Film

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Guido Piovene, Il Processo di Maria Tarnowska, Luchino Visconti 1946, Michelangelo Antonioni

luchino visconti

Luchino Visconti

Marzo 1946. Dopo un lungo periodo di assenza da teatri di posa Luchino Visconti riprende la sua attività cinematografica.

Il popolare «Luchino», ha iniziato in un piccolo raccolto «fumoir» di un’ albergo romano la stesura definitiva del suo prossimo film « Maria Tarnowska ». Proprio lì lo abbiamo incontrato mentre con Guido Piovene e Michelangelo Antonioni stava sceneggiando un movimentato episodio del film. Tempo addietro si parlò di un altro soggetto che Visconti avrebbe dovuto realizzare: « Furore », che non aveva nulla da dividere col romanzo di Steinbeck, bensì narrava le vicende di quattro prostitute sul fronte di Anzio. Ma la cosa non giunse in porto. «Maria Tarnowska» invece è un vecchio soggetto che Visconti aveva già presentato al tempo del Minculpop e che era stato bocciato dalla censura. Maria Tarnowska è la bellissima donna per la quale al principio di questo secolo perdettero la pace e la vita alcuni uomini e che finì la avventurosa esistenza condannata in un processo che costituì uno dei più clamorosi casi giudiziari del tempo.

Abbiamo chiesto a Visconti se avesse preso lo spunto da Circe, il romanzo di Annie Vivanti.

«No» — ci ha risposto — «ho preferito seguire le cronache di quel periodo scegliendo quanto ritengo imparziale o veritiero.

Anzi, proprio in questi giorni mi arriverà una raccolta de «L’Illustrazione italiana» col resoconto completo e fotografico dell’avvenimento. Per il resto mi guideranno le esigenze della versione cinematografica».

Abbiamo fatto notare al regista come il delitto di Maria Tarnowska assomigli in un certo senso a quello della protagonista di «Ossessione».

«Si» – risponde Visconti – «mi sono accorto subito di questa coincidenza e dirò che non me ne dispiace. L’atmosfera di «Maria Tarnowska» riecheggerà pur su un piano di realismo più attenuato quella di « Ossessione ». Non mi sperderò in una fredda ricerca di ambientazione storica, benché il soggetto spesso mi porti sopra questa strada, ma prenderò invece una posizione polemica contro quella società dissoluta senza scrupoli, immorale in cui avvenne il delitto. In questo senso renderò attuale anche il film».

I due protagonisti del film saranno Isa Miranda e Vittorio Gassmann, nuovo per lo schermo. Il lavoro si girerà a Venezia negli stabilimenti della Giudecca.
G. Moser (Cinelandia)

Questa intervista non c’è in nessuno dei tre volumi della biblioVisconti (Centro Sperimentale di Cinematografia – Fondazione Istituto Gramsci 2001-2009), è citata invece nel volume del Processo di Maria Tarnowska – Una sceneggiatura inedita (Museo Nazionale del Cinema – Il castoro 2006), il problema è che nella citata biblio non compare il mio nome come curatrice del Processo di Maria Tarnowska – Una sceneggiatura inedita, insieme a me hanno fatto scomparire Alberto Barbera, direttore del Museo, e Silvio Alovisio. Hanno fatto scomparire persino l’autore dell’intervista: il regista, sceneggiatore, produttore, ed in questo caso giornalista Giorgio Moser. Pazienza… la foto sopra è quella che illustra l’intervista, carta del dopoguerra(sic).

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